Un martini doppio per due

di Andrea Dévis

Il retrogusto dolciastro lo sento tutto. Se mi sforzo riesco addirittura a percepire una punta di artemisia. Mentre mi gusto anche il rumore dei cubetti di ghiaccio, penso alla scorza del lime che – quasi sempre assente – viene interpretata da un limone o da qualche arancia un po’ presuntuosa. L’alcool bagna le parole, portandosi via quel poco di timidezza che – a trent’anni – ho imparato a travestire da eccitante perbenismo. È meglio non conoscersi troppo: chi ti osserva a un primo sguardo vede la superficie e – per chi come me è abituato a indagarsi solo nel profondo – fa bene ricordarsi di quello che gli altri vedono. Raccolgo complimenti che non sanno di essere tali.

Non è totalmente il mio genere, anzi. Eppure ha qualcosa di tremendamente sexy. Le mani? Forse il modo di camminare. Non credo sia la voce. Escluderei gli occhi. Cosa direbbero i miei amici che non perdono mai occasione per farmi notare la disarmante somiglianza delle persone con le quali mi relaziono? Forse ci sono: il suo odore? No. Non ha nulla di riconducibile agli altri. Eppure è lì che mi sfiora il ginocchio, mentre aspetta di poter mettere la sua mano sul mio fianco, non appena avrò appoggiato le mie labbra sul suo collo. Poi succede, e capisco dov’è il suadente elemento ricorrente. Non c’è.

Mi allontano dai prototipi, dimenticando in quella discordanza di caratteristiche i volti di chi in passato ha occupato i miei spazi. Il cervello non riesce a razionalizzare il piacere, e in quello stesso istante il conflitto tra esigenza reale e immaginaria se ne va finalmente a fare in culo accompagnato dalla sfumata conclusiva di “Tell Me” dei Groove Theory.