andreadevis

singer / songwriter / vocalcoach

Andrea Devis

Me lo avete chiesto in tantissimi (due persone, nel 2013) e sono dunque felice di potervi dire che finalmente da oggi è disponibile ovunque il mio primo album, registrato nei primi anni dieci e mai pubblicato prima!

Si intitola semplicemente Andrea Devis, come il nome d’arte che – nel 2006 – scelsi di utilizzare per darmi un tono più sofisticato e internazionale (anche se poi non è che sia andato molto lontano). Il nome prende ispirazione da quello utilizzato a inizio carriera da una delle mie artiste preferite, Minnie Riperton; me ne piaceva il suono, e il fatto che fosse facilmente pronunciabile da tutti.

In questo album – che sarebbe più corretto definire un EP – troverete sei tracce che ancora oggi, a distanza di anni, ritengo interessanti e ben costruite, ufficialmente ancora inedite.
La prima si intitola The Greatest Man ed è una ballata che scrissi durante la mia permanenza a Los Angeles, nella sporchissima cucina del chiropratico ebreo che mi ospitava. 
La seconda è Notte Soul; non mancava mai nelle serate con la mia band 7Steps2, c’è anche un video su YouTube nel quale la eseguiamo dal vivo a Le Scimmie (RIP), eravamo bravi e pure belli. L’ha composta a inizio anni zero un bravissimo autore con il quale collaboravo – Vincenzo Caruso – che scriveva per me bellissime musiche che magari prima o poi rispolvererò. L’ho registrata almeno tre volte, ma questa versione neo-soul è la più bella di tutte: sognante e notturna.
Nubi è il titolo di un altro pezzo che non poteva mancare. Udite udite: si tratta della prima canzone interamente scritta da me – testo e musica – nella mia cameretta bella. Parliamo sempre dei primi anni zero, ma questa versione (anche in questo caso la terza) la incisi molto tempo dopo, tipo nel 2011.
Ho scelto di inserire pure una cover dei Matia Bazar, C’è Tutto Un Mondo Intorno perché oltre a contenere degli irripetibili vocalizzi allucinanti, quando dieci anni fa la pubblicai su YouTube riscosse successo e commenti entusiastici.  
Il rapporto con Puoi Chiamarlo Ancora Amore? è sempre stato un poco conflittuale: canzone scritta velocemente sull’onda di Dopo Di Te, venne eseguita dal vivo solo una volta, durante le selezioni di Area Sanremo 2011. Dal momento che vinsi la competizione, penso di poter dire che il brano piacque molto a tutti… tranne che a me. Oggi siamo in rapporti civili, così ho deciso di darle una chance inserendola (nella sua primissima versione dai contorni techno) nell’album.
Il pezzo che chiude questo piccolo viaggio è Polvere, versione italiana di The Greatest Man (che ho scritto dopo). Oggi non mi sognerei mai di scrivere un testo del genere, ma quando la cantai lo feci credendo davvero in quelle parole, motivo per il quale, in qualche modo, funziona. Super coro finale incluso.

I brani sono stati tutti arrangiati da Edoardo Morelli, che ne ha curato anche il mix e il mastering.

Non credo pubblicherò (almeno a breve) della nuova musica. Ufficialmente è un anno e mezzo che non entro più in studio di registrazione – perché per quanto mi manchi – fare musica si rivela sempre una bellissima, costosa e impegnativa attività, che non mi porta assolutamente da nessuna parte. 
Ma continuo a scrivere, e non è detto che prima o poi…

Intanto ascoltatevi questo Andrea Devis, e se vi va fatemi sapere cosa ne pensate. 
Ne sarò felice. 
Spero!

Ripassino della mia discografia:
2012 Andrea Devis
2018 Nella Stanza
2021 Deserte Di Notte

Su Spotify ho anche creato una playlist “Andrea Devis Best Tracks” con le cose a parer mio più interessanti che ho fatto.

Buon ascolto!

Spotify: shorturl.at/cdhS9
YouTube playlist: shorturl.at/bcFJ5
Apple Music: shorturl.at/gn247
Spotify Playlist “AD Best Tracks”: shorturl.at/giUZ8

Roba vecchia ancora nuova

Alla fine non credo riuscirò a fare davvero a meno della musica.

Ormai è un anno e mezzo che non entro più in studio di registrazione per dare forma alle idee, e mi manca tanto. È stata una presa di posizione a tutti gli effetti, una sorta di ripicca verso un mondo che non ha mai voluto ascoltarmi. O forse no; uno stratagemma dettato dalla ritrosia di chi si è avvicinato tante volte all’obiettivo senza mai raggiungerlo davvero, con conseguente frustrazione e – per l’appunto – recalcitranza all’idea di rimettersi in gioco, non arrivare da nessuna parte e finire per raccontarsi che in fondo lo si deve fare solo per se stessi, e va bene così.

A mancare è proprio la passione che sempre mi ha contraddistinto. Nonostante continui a scrivere e a immaginare come sarebbero le mie composizioni se solo avessero la possibilità di concretizzarsi, mi manca lo slancio. E preferisco risparmiare qualche soldo per farmi un bel viaggio a New-York anziché investire nella produzione di musica che ascolteremmo in pochi (e con “pochi” già sono stato generoso).

Sì, ma tornerò. In qualche modo tornerò. Anche a costo di farlo solo per me stesso, come mi suggeriscono gli amici sognatori dalle notevoli possibilità economiche.

Nel frattempo – confinato in casa per una convalescenza obbligata – ho frugato negli archivi per compiacermi di passati successi mai successi, come talvolta mi capita di fare (quanta autoreferenzialità!). Dopo aver sorriso ascoltando i miei primi puerili tentativi cantautorali (in buona parte più pregevoli di tanta discografia mainstream attuale) mi sono ritrovato tra le mani una cartella denominata “anni dieci”.

Certo che tra il 2010 e il 2017 ne ho fatte di cose. Era un periodo molto prolifico. Scrivevo per un mensile, scrivevo qui sul blog, scrivevo e incidevo canzoni. Ci provavo tanto. Oltre a scrivere soffrivo un casino per amore, e facevo i conti ogni giorno con una città mutevole e con le difficoltà legate al lavoro. Oggi certi aspetti non sono cambiati, molti altri sì. Non è che tutto quel caos che avevo nella testa, in fin dei conti, è stato il motore di tante cose? Sono passati dieci anni da allora, e no: non tornerei indietro.

Pubblicherò l’album mai pubblicato, che poi alla fine si tratta di una manciata di canzoni, cinque o sei. L’ho tenuto nel cassetto per tutti questi anni, ma se tanto mi da tanto, probabile che sia una delle cose più interessanti che abbia fatto. Di sicuro è figlio di quegli anni, annaffiato con lacrime abbondanti e fatto crescere sotto un sole che se non stai attento ti brucia (quest’ultima frase è orribilmente nel mio stile blog anni dieci).

A presto.

Deserte Di Notte

Lasciamo da parte per un attimo i lustrini, gli effetti speciali e i virtuosismi spettacolari: a mezzanotte esce Deserte Di Notte, quattro brani nei quali ho sperimentato in una direzione inequivocabilmente pop, concentrandomi sui testi e sulla suggestione delle melodie. Chi mi conosce, mi ritroverà tra le parole. Ho pensato fosse arrivato il momento di smettere di ripararmi dietro la mia voce e dietro a parole che ti riempiono la bocca, basta filtri; voglio raccontarvi una storia. Anzi, quattro.

La vita ci fa percorrere strade diverse, ma ogni tanto – sorprendentemente – ci si ritrova a vivere le stesse emozioni. Sentivo di essere musicalmente maturo per lasciare i riflettori alla mia scrittura (che a dire il vero, su queste pagine, non ha mai avuto grandi freni) e meno alla forma.

Un ringraziamento speciale a Edoardo Morelli che – come sempre e più di sempre – ha messo tutto se stesso nella realizzazione di questo Extended Play, musicando le mie composizioni e tenendomi lontano dal vizio dell’autocensura che spesso, senza accorgercene, applichiamo sui noi stessi e sulle nostre idee, per paura non si sa bene poi di che cosa.

Lascio qui sotto il comunicato stampa con tutti i link per poter ascoltare Deserte Di Notte. Grazie fin da ora a tutti quelli che vorranno lasciarsi guidare altrove dalle mie canzoni. Sosteniamo la musica indipendente!

Il cantautore milanese Andrea Devis (al secolo  Stefano Marchetti) torna con un nuovo progetto dal titolo Deserte Di Notte; quattro brani che mostrano l’artista e la sua scrittura maturati e stilisticamente coesi. Al contrario del precedente (Nella Stanza, 2018, Pongo Edizioni) la narrazione e l’identità musicale sono ben definite, lasciando poco spazio alle divagazioni: i linguaggi si mescolano, dando vita a canzoni indiscutibilmente pop, dirette e libere da orpelli stilistici. 

Memore dei riconoscimenti ottenuti in vari contesti (tra cui un premio per i suoi testi, ricevuto nell’ambito del Salone del Libro di Torino nel 2017 e la vittoria ad Area Sanremo nel 2012) compone i brani dell’EP interamente al pianoforte, avvalendosi – per la produzione, missaggio e mastering – della collaborazione, ormai di lunga data, con il produttore e arrangiatore Edoardo Morelli. 

In apertura, Daddy, dove l’amore diventa dipendenza e la dipendenza un surrogato dell’amore stesso. Corrosivo, romanticamente decadente. Il brano – che detta le regole per l’intero progetto contaminando il suono del pianoforte con i profili elettronici degli altri strumenti – lascia poi spazio a Papaveri Rossi, e alla poetica di un testo che riesce a parlare con le immagini: “incauti papaveri ai bordi di strade assolate, battute di giorno e deserte di notte”. La metafora e il linguaggio sognante e un po’ malinconico ci raccontano una storia senza mai svelarne esplicitamente l’identità dei personaggi. Nemmeno Le Dive Americane, terza traccia dell’EP, è una canzone d’amore, ma piuttosto un viaggio nella sfera più intima dell’autore, che con questo pezzo in particolare si apre al dialogo con il proprio passato. E se le dive americane sono un ideale irraggiungibile, sirene dall’irresistibile richiamo, muse che non invecchiano mai, è proprio il tempo il vero protagonista del brano: giudice spietato, inarrestabile, crogiolo di bilanci ai quali è difficile scampare. Fragole & Champagne alleggerisce l’atmosfera, favoleggiando con il piglio crudo e disilluso di questo progetto (e in senso più ampio caro a molti autori contemporanei) su una serata fuori: tra i lampioni, la malinconia della domenica e le bollicine isteriche dello champagne – nel quale affogano le fragole – come in una sorta di moderno elisir di lunga vita. 

Deserte Di Notte è in sintesi un EP dove l’artista definisce se stesso attraverso gli stilemi della sua scrittura, prodigandosi – sia nella costruzione delle melodie che nella stesura dei testi – per risultare diretto e inequivocabile; eppure, senza mai riuscire davvero a rinunciare alle tinte tenui tipiche di una certa poetica romantica che come una patina riveste tutte le composizioni, rendendo l’album estremamente scorrevole dalla prima all’ultima traccia. 

Andrea Devis pubblica Deserte Di Notte il 07/05/2021, ed è disponibile in digitale su tutte le principali piattaforme musicali e di streaming del mondo.

Spotify spoti.fi/3nT98a9

YouTube www.youtube.com/andreadevismusic 

Instagram www.instagram.com/andreadevismusic

Facebook www.facebook.com/andreadevis

Emotions

Esce oggi in tutto il mondo il mio nuovo singolo: si tratta di 𝐄𝐌𝐎𝐓𝐈𝐎𝐍𝐒, remake del famoso brano della cantautrice americana Mariah Carey.

Ho studiato questa canzone quando avevo circa vent’anni e – ora come allora – cantarla mi rende felice! È un pezzo vocalmente un po’ circense, senza contenuti particolarmente profondi, ma il suo essere leggero e al tempo stesso eccessivo mi ha sempre affascinato, ispirato e divertito.

La musica che ci trasporta in un posto migliore, è sempre quella giusta.

Questa è la ᴍɪᴀ interpretazione, che non vuole assolutamente essere un confronto, ma bensì un tributo.

Emotions è un momento di svago e divertissement prima dell’uscita del mio nuovo EP, che – quasi totalmente in una differente direzione – racconterà di 𝚊𝚕𝚝𝚛𝚎 emozioni attraverso quattro canzoni che ho scritto nell’ultimo anno.

Il brano è stato interamente arrangiato e suonato da Edoardo Morelli, e lo potete trovare su Spotify e su tutti gli altri canali. A breve, il video su YouTube. Seguitemi, ascoltatemi e sostenetemi, se vi va: per me è importante!

•Spotify: https://open.spotify.com/track/0hSoZNN9i3UaSW88fniLdz…

•iTunes: https://music.apple.com/it/album/emotions-single/1557698668

•YouTube: https://youtu.be/mzZJNBuE6W4

Emozioni, maschere e ossessioni (quasi recensione di The Meaning Of Mariah Carey)

Quando mi domandano chi sia la mia cantante preferita, sono sempre titubante. Non perché non lo sappia, ma perché qui in Italia Mariah Carey è percepita come un’interprete zuccherosa, superficiale, spietatamente relegata nelle remote profondità degli anni novanta. Ma siamo senza dubbio di fronte a un grandissimo malinteso.

Si potrebbe volgarmente partire dai numeri, ricordando che le sue diciannove canzoni alla numero uno della Billboard Hot 100 Chart la rendono l’artista solista con il maggior numero di brani in prima posizione (sopra di lei solo i Beatles, che ne hanno venti), ed è riuscita in questa impresa quando ancora i numeri contavano, quando la musica veniva venduta fisicamente e non esistevano le playlist algoritmiche di Spotify (dovevamo uscire, andare nei negozi, cercare e magari anche aspettare per poter stringere tra le mani l’oggetto del desiderio, che avremmo inoltre ascoltato in religioso silenzio solo dopo essere arrivati a casa). Nostalgia a parte, quello che la rende in assoluto la mia preferita è il suo talento di autrice. Mariah Carey scrive fin dagli esordi tutte le sue canzoni, e ne è anche produttrice. Una vocalità unica, un orecchio capace di intercettare e seguire le ultime tendenze in fatto di musica senza mai essere banale, e una sensibilità particolare che le permette di mettere nero su bianco emozioni volatili ma al tempo stesso profonde, comuni a molti (ma certamente non a tutti).

Ero solo un ragazzino quando la mia amica Alessia (alla quale sarò per chiare ragioni sempre riconoscente) mi prestò un CD con le canzoni di questa diva americana. Fu amore al primo ascolto. E anche al secondo, al terzo, al quarto… ed è strano, perché quando cresci, cambi i tuoi gusti musicali, dimentichi gli artisti “preferiti” in favore di altri – più contemporanei – seguendo mode e costruendoti un gusto musicale influenzato dai più svariati fattori. Ma questa dinamica – oggi portata all’estremo dai numerosi talent show e dal mercato discografico che arranca e ci bombarda di tantissime novità con l’aspettativa di vita di una farfalla – a inizio anni zero non era ancora la norma.

È strana la simmetria che ci può essere con certi artisti. Rara. Potrei definirla come un’ossessione. Sana, razionalmente difficile da spiegare, soprattutto quando dopo centinaia di ascolti ancora non sei sazio, incapace di annoiarti, arrivando a percepire un certo suono come familiare, e un certo artista come famiglia. Un parallelo interessante. Si sviluppa un inaspettato senso di appartenenza – una fedeltà – o più una dipendenza, da certe emozioni che – famelici – non vediamo l’ora di divorare.

Sento ancora di dovere qualcosa a quel ragazzino adolescente che a inizio anni zero (con dei capelli improbabili, i piercing e il nasone) cantava a memoria il concerto unplugged registrato a New York nel 92 o quello al Proctos Theatre del 93, coadiuvato da videocassette e CD consumati nello stereo, nel lettore portatile e in qualsiasi altro supporto esistente. Mentre provavo a emulare i suoi acuti – alimentando le mie ambizioni, i desideri e le aspettative – Mariah Carey mi accompagnava per mano verso gli anni della scoperta, in cui la vita iniziava a delinearsi insieme alla mia personalità, facendomi scoprire l’amore, la solitudine e la voglia di riconoscermi anche in qualcos’altro che fosse meraviglioso almeno quanto le canzoni che cantavamo (perdonerete il mio pretenzioso plurale).

Ci sono tanti artisti che ascoltavo e continuo ad ascoltare, rimasti negli anni e cresciuti con me. Diversi – spesso sconosciuti ai più – appartenenti ai generi musicali più disparati, scoperti per caso in qualche telefilm (all’epoca le serie tv si chiamavano così), navigando tra le pagine di scarni siti web o suggeriti nottetempo dagli amici di Napster durante l’ennesimo – e infinito – download (questo articolo sta diventando tremendamente nostalgico). A parte tutto, però non posso fare a meno di chiedermelo: perché questa incontrollabile mania nei confronti della Signora Carey? Qualche settimana fa, l’illuminazione. Per la precisione il 29 Settembre, quando è uscita la sua autobiografia dal titolo “The Meaning Of Mariah Carey”. Scritto a quattro mani con Michaela Angela Davis – attivista e saggista afroamericana – il libro racconta la storia della cantautrice, partendo proprio dall’infanzia e ripercorrendo i tanti alti e bassi di una carriera – e di una vita – non sempre facile. Ma diciamo anche quasi mai.

Su questa terra ognuno di noi vive seguendo la propria morale, facendo esperienze e attraversando i capitoli di un’esistenza diversa da quella di chiunque altro. Eppure qualcosa c’è sempre, che ci rende affini soltanto ad alcune delle persone che incrociamo durante il percorso. Basta poco per capirsi, basta ancora meno per attrarsi. Esattamente come con l’amore. Dire con certezza quale sia la frequenza giusta per sintonizzarsi è pressoché impossibile. È un qualcosa che probabilmente attiene più al paranormale che alla scienza. Sfogliando il memoir di Mariah, ho trovato naturale immedesimarmi in alcune esperienze – o meglio, emozioni – che con dovizia di particolari descrive. Come me, ne sono certo, tanti altri. Avevo sempre intuito che dietro le farfalline, gli arcobaleni e tutti gli altri vezzi fin troppo esasperati ci fosse qualcosa di profondo e drammatico. Siamo in molti a indossare maschere, a subire e a seppellire ogni giorno una parte di noi per poter andare avanti, soprattutto in questo presente così catastrofico dove molte volte un’alternativa non c’è. Relazioni tossiche, amori devastanti di breve durata ma dall’interminabile strascico.

Per me è stato impossibile non cogliere i parallelismi, e non rivivere certe sensazioni tra una pagina e l’altra. Metti anche la devozione verso la musica e la voglia irrefrenabile di fare emergere il proprio talento, più una manciata di altre cose. Sono convinto che molti suoi fan (ma lo ripeto ancora una volta, non tutti) ci si potrebbero riconoscere. Per chi non la conosce, è un buon modo per scoprirla, per chi la conosce già è un buon modo per comprenderla. Adesso è da qualche giorno che mi riguardo quei vecchi concerti, e nonostante li conosca a memoria, mi sembra di guardarli per la prima volta. Ha riabilitato se stessa e – in senso più ampio – la sua musica.

È strano pensare agli artisti di oggi (bravi o meno che siano) disposti a tutto per due, tre mesi (se va bene) di popolarità e qualche passaggio televisivo. Disposti a vendere le loro storie, i loro drammi, e tutto sommato anche un po’ loro stessi. È strano pensare a quanto questo meccanismo sia diventato normale e consueto. Prevedibile. Non ancora logoro. Ci appassioniamo alle storie e dimentichiamo della musica, confinata al ruolo marginale di colonna sonora, svilita dall’assenza di una propria autonomia e identità, la cui esistenza è quasi totalmente legata al voyeurismo dei tanti spettatori in cerca di sciagure. Gli artisti sono le loro storie, ma per raccontarsi dovrebbero affidarsi alle canzoni, non ai sottotitoli. Mi fa pensare sapere che Mariah Carey prima di raccontarci la sua storia abbia impiegato trent’anni per elaborarla, comprenderla e – in ultima battuta – scriverla, in un’epoca dove la prima autobiografia si pubblica a vent’anni, romanzando su un’infanzia passata nelle case popolari e raccontando i propri pseudo traumi con la leggerezza di un qualsiasi romanzo Harmony. Un’invidiabile risolutezza; mi verrebbe da dire: complimenti al terapista.

Tutto questo mi confonde. Osservo con curiosità e occhio critico la fauna musicale intorno a me, frutto di una fucina costantemente impegnata a rendere impercettibile il confine che separa l’artista dalla sua confezione. Ma se è vero che oggi il pop è costume – più che musica – e i personaggi sono una somma di elementi che non sempre combacia con il talento inteso in senso stretto, come ne capiamo il valore? Se per diventare acclamati cantanti non serve più nemmeno saper cantare, come possiamo orientarci in questa giungla moderna? Il libro di Mariah Carey mi ha fatto pensare proprio a quel confine. Quello tra l’essere umano – con la sua voce, la sua urgenza di dire, il suo talento – e le abbaglianti luci del palcoscenico, magistralmente dirette. Penso a canzoni mediocri all’apparenza sensazionali, confezionate ad hoc da produttori alla moda e con nomi altisonanti. Penso a chi – pagato per trovare l’alchimia perfetta tra capelli, vestiti e trucco – crea una nuova versione di qualcuno che forse, andava già bene prima. Le sovrastrutture servono, sia ben chiaro, ma è indispensabile osannare questi nuovi artisti, quando probabilmente in un contesto diverso non li noteremmo nemmeno se ce li trovassimo di fronte? Metti una sera in un locale semi deserto, scarsamente illuminato, con al massimo un paio di musicisti su un palco grande un metro per due. Senza vestiti eccentrici, senza ballerini, senza trucchi. Abbagliare diventerebbe difficile per molti. Mariah Carey nel suo libro non parla apertamente di questo, ma ci ricorda quanto gli sfavillanti brillantini della popolarità possano ammal(i)are lo spettatore e – prima ancora – l’artista. Le maschere, lungo andare, cadono. Anche per chi le indossa consapevolmente, fingendo di essere qualcun altro nella speranza di riuscire a celare al mondo tutte quelle fragilità che – forse proprio come i veri artisti – dovremmo imparare ad amare e a mostrare con orgoglio.