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Puttane a metà

Si tratta di una sorta di limbo, un non luogo sospeso tra la voglia di esplorarsi in una vita diversa e la tacita serenità di un’esistenza che tutto sommato per qualcuno va bene così e non è neanche male. È quello il territorio delle puttane a metà: a metà perché non sempre sanno di esserlo – e se lo sanno – spesso non ne sono felici. Appartengono a un mondo ideale, fatto di parole sbagliate e fraintendimenti melensi, quasi mai casuali. Non è detto che vivano la clandestinità di un tradimento, o la violenza di quelle scopate che poi rimangono lì, appese a una fantasia fino a quando è troppo tardi per pentirsi o per capire che si tratta solo dell’ennesima prevedibile ricaduta.

Mentre camminavo per strada, mi sentivo svuotato di tutto. Con una sorta di immaginaria rivisitata stella di David appuntata sul cuore, a indicare l’appartenenza alla categoria. Mi sono sentito meno nudo altre volte, magari senza vestiti, magari con gli occhi di qualcuno dentro i miei e altrove.

Ho rovistato tra le parole abbandonate, ma non ho trovato nessun’altra definizione. Le puttane a metà vivono sulla scia di una noiosa giornata infrasettimanale, cuciono pezze e rammendano minuti preziosi. A loro non è concesso il lusso della pianificazione, sono sempre pronte e non lo sono mai. Militano tra i soliti abbracci che dicono troppo e quei baci affamati che confondono tutto.

Siamo kamikaze dell’amore, sostenitori di un romanticismo decaduto, masochisti ad ampio spettro.

Le parole allontanate

L’asfalto vomita il caldo in questa domenica di ritrovato bollore, e mentre i lampioni si accendono ai margini della strada, Milano ingoia i miei passi. Penso alle parole allontanate, quelle capaci di raccontare chi siamo senza troppe pretese. Penso alle parole mai pronunciate, per paura di renderle realtà. Penso alle conquiste, alle frasi dette piano per non far sentire il cuore. Discorsi leggeri, che volano via insieme alle poche foglie dimenticate da un autunno già trascorso.

Le parole allontanate violentano la mente e stuprano i pensieri. Tornano – arroganti – con la pretesa di essere scritte o pronunciate, anche con un filo di voce, anche quando è notte. Completano melodie rimaste sospese sul rigo di qualche pentagramma. Sfuggono a ogni metrica. Tormentano, assillano, inseguono, creano nodi tra persone e circostanze. Le parole allontanate ci insegnano a farci abitare. Disorientano, spingono la vita al confine tra desiderio e ambizione. Riflettono aspirazioni e incarnano incertezze legittime.

Mentre la piazza si popola di ombre quasi familiari, continuo a camminare da solo osservando l’orizzonte – pensando ad altri luoghi – ma senza né la voglia né il bisogno di scappare davvero.

Le parole allontanate ci avvicinano.

Citazioni sparse

Questo post è dedicato a tutti gli amici, amiche e conoscenti che con le loro perle di saggezza animano la mia quotidianità. Facendomi spesso sorridere.

“Tu mi ascolti più di quanto io faccia con me stesso”

“Ma no tesoro, il tuo problema non è tanto la fissazione per l’aspetto fisico, quanto più che proprio ti piacciono gli stronzi”

“Mi ha lasciata. Sto male. Soprattutto perché non sapevo stessimo insieme. Ad averlo saputo prima…”

“La Camusso è un bell’uomo”

“Ho bisogno di innamorarmi di nuovo, cazzo! Poi non ditemi che la punteggiatura non è importante”

“Hai presente quando dicevo che l’aspetto fisico non conta, che la bellezza è relativa e che l’apparenza dovrebbe essere l’ultima delle preoccupazioni? Ecco, mentivo”

“Il risotto con le beccacce? No, grazie. Io gli uccelli morti non li prendo in bocca”

“La persona giusta per te esiste. Probabilmente è solo in galera”

“Non sopporto nemmeno la mia di ignoranza, figuriamoci quella degli altri”

“Rivelazione! Ho appena capito perché non riesco a trovare una relazione stabile! Sono un inguaribile cagacazzi”

“Sono sincero come una fototessera”

“Mettiamola così: tu mi hai sfanculato, non mi vuoi, e io me ne vado da Milano”

“La soluzione più lineare e coerente non è mai quella che conduce alla felicità”

“Mi piaci tanto. Ma solo come amico”

“Non mi riconosco più. E ne sono felice”

“Ho l’ano a cuoricino”

“I trogloditi ignoranti lo fanno meglio”

“Sei povera perché sei grassa”

“Sei grassa perché sei povera”

“I cazzi sono come gli uccelli: vanno presi al volo”

“Ci piacciono le persone di merda perché ci sentiamo mosche smarrite”

“Fortunato chi ti può avere”

Non aspetto mai domani per essere felice

Non aspetto mai domani per essere felice. Non aspetto mai domani per amare. Lo faccio e basta. Fanculo le mosse precipitose, i momenti giusti e le persone sbagliate.

Questa mattina mi sono svegliato di buon ora per preparare una crostata di ciliegie, poi ho infornato del pane con i semi di girasole, e già che c’ero ho fatto anche una salsa alle arachidi per accompagnare gli hamburger di ceci cucinati ieri notte. Harriet Van Horne diceva che cucinare è come amare: o ci si abbandona completamente o si rinuncia. Nulla di più vero. Mi piace vedere felice chi amo, incaricarmi della sua felicità.

È stata una buona mossa quella di lasciare i muffin con i lamponi in bella vista sul mobile fin da subito. Era come se ci ricordassero che la scena sarebbe stata loro, poco più in là. Al tavolo, tutti cantanti. Amici vecchi di dieci o quindici anni, conosciuti dietro al microfono di qualche studio di registrazione tra armonizzazioni e unisoni perfetti. Tutti sopravvissuti all’amore: felici, claudicanti, perennemente impavidi. La figlia di Sara ha diciassette anni, ed è deliziosa. Era totalmente rapita da me e dai miei racconti, tant’è che alla fine non ha resistito e mi ha domandato cosa pensassi del gay pride, del family day, delle coppie di fatto, dell’adozione e il resto.

La verità, per favore. È quello che avrei pensato a diciassette anni: senza le paure che la gente crede abbia patito, ma con molti altri più significativi interrogativi (che credi far parte dell’adolescenza ma che invece poi capisci far parte dell’intera vita). Non sarebbe stato molto nel mio stile mettermi a parlare di attualità, e cercare di definire il concetto di moralità sarebbe invece sembrato piuttosto anacronistico.

Le ho detto: l’unica cosa che conta davvero è l’amore. Amare non è mai un errore. Chi ama, non ha mai torto.

Il resto sono cazzate.

PranzoDomenica

Pretendo tutto quello che vuoi darmi

È successo all’improvviso, come praticamente accade quasi sempre in questi casi. Stavo sistemando casa. Una razionale distribuzione di oggetti in spazi più o meno predefiniti, con qualche accenno di cambiamento ma senza sconvolgere gli ordini. Erano appesi lì, sul termosifone del bagno: due asciugamani perfettamente piegati e forse ancora probabilmente umidi. Due.

È stato faticoso imparare a destreggiarmi nella confusione degli stati d’animo. C’è voluto del tempo, ma poi alla fine il mio equilibrio l’ho trovato. Da solo. Senza né un uomo né una donna al mio fianco. Una maturità conquistata, e indubbiamente sofferta. Irrinunciabile.

Tante persone cercano di fuggire dalle sofferenze della solitudine rifugiandosi nella coppia; eppure spesso è proprio lì che si patiscono i supplizi peggiori. Nel conflitto tra quello che si vuole, quello che ci si aspetta e quello che si ha. Perché tutti si ostinano a considerare l’amore come una meta, e non come un meraviglioso mezzo per rendere felici le persone che si hanno a cuore? Dovremmo lasciarci vivere dagli eventi e smetterla di essere intransigenti. Dovremmo smettere di avere la presunzione di sapere come siamo davvero e cosa è meglio per noi.

È già notte, non cambierò le lenzuola. Non sposterò gli asciugamani. Metterò i pensieri sul davanzale. Non aspetterò il momento giusto per iniziare ad amare. Inizio da me.

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