andreadevis

Basta

Alle 20:30, quello che qualche ora prima era iniziato come un pranzo, si era quasi ufficialmente trasformato in una cena. La sala non iniziava minimamente a svuotarsi, ma poco prima che arrivassero i conoscenti invitati per il dolce, c’è stato un momento in cui mi è sembrato di poter cogliere senza fatica le espressioni sui visi di tutti gli ospiti. È stato lì che una vena di malinconia mi ha colto. Un matrimonio dovrebbe essere un momento di festa per tutti. Eppure tra la torta ricoperta di panna montata, i tovaglioli lasciati stropicciati sulle tovaglie macchiate e i calici mezzi vuoti di cui nessuno si sentiva più proprietario, ho sentito il peso delle questioni che per qualche momento avevo creduto di poter lasciare fuori dalla mia vita, oggi.

Ieri, nel suo letto. Mi sono lasciato tentare, mi sono lasciato condurre nel territorio delle ferite che si aprono in silenzio. Non ho fatto rumore, ma ogni bacio mi ha fatto male. Nella mia saliva, impastati, il desiderio di proteggermi e quello di aprire il cuore del tutto, per un’ultima straziante, inconsapevole e liberatoria pugnalata. Un’estrema unzione che ti solleva dal dolore che ti sei prescritto. Ha aperto la bocca e ho sentito entrarmi dentro la consapevolezza di chi – anche se ti tiene nel suo letto – non ha mai pensato di farti entrare nella sua vita. La repulsione, direttamente giù in gola. E io, incapace di dire basta.

Mentre i corpi si agitavano coinvolgendosi a vicenda in un altrove fatto di bassa virilità, mi sono sentito impotente, umiliato. Furioso.

Portami al limite, lasciati odiare. Guariscimi.

Sull’uscio

Sono sempre sull’uscio.

Dopo i sospiri, noi. Gli argini rotti di una tentazione.

L’ho osservato chiudere gli occhi: vulnerabile, spogliato di tutto, respiro costante, ciglia immobili, piedi arrossati, le teste agli opposti.

La sua mano che mi tiene una caviglia. Il mio corpo ai suoi margini. Il desiderio di contenerlo, mentre è assente. Sogna.

E per un attimo, solo in quell’attimo, l’ho amato.

Sì, mi piace

Ci si aspetterebbe un’agenda un po’ più fitta di parentesi erotiche e momenti ad alto contenuto sessuale, da un sedicente scrittore costantemente impegnato a mettere nero su bianco le sfaccettate questioni di cuore che contraddistinguono le sue pagine. Invece no.

In questo 2015 – che è stato comunque un buon anno – ho avuto un numero imbarazzante di appuntamenti, e se mi guardo indietro mi domando come ci sia riuscito. Un lavoro, praticamente, e perfettamente organizzato. La metodicità del mio approccio è effettivamente molto efficace, quasi da brevettare.

Un caffè in mattinata, un drink dopo cena, una passeggiata in centro… e senza accorgermene sono arrivato a quota quarantacinque appuntamenti. Una media di quasi quattro incontri al mese. Uno a settimana, praticamente. A volte brevi, altre tremendamente interminabili.

Sull’agenda rossa su cui segno tutto, alcuni nomi sono stati evidenziati. Sono le persone interessanti davvero; il più delle volte – guarda caso – sfuggenti, impegnate o provenienti da altre città. È un dato confortante, perché quest’anno ne ho segnate sei. Sei persone sono tantissime. Si tratta di quel momento – in genere racchiuso nei primi tre minuti – in cui dici sì, mi piace.

Poi te le trascini, quelle sensazioni, e ne resti anche consapevolmente vittima, mentre aspetti che un caffè diventi una cena o che uno sguardo diventi un bacio. Può non succedere mai, o può succedere ma essere profondamente diverso da come lo avevi immaginato. Meglio o peggio non importa.

E mentre osservo dicembre portarsi via gli ultimi giorni dell’anno, ripenso ai primi giorni d’estate, quando uno sguardo assente e un sorriso spiazzante, si sono portati via il mio cuore.

Migliorare non sempre significa cambiare

Avevo un professore, alle scuole medie, insegnava educazione artistica. Era un uomo severo, con lo sguardo intransigente e le dita piene di anelli. Un pomeriggio mi interrogò in storia dell’arte. Quei piccoli bastardi dei miei compagni erano seduti dietro i loro banchi, distratti e impegnati a lagnarsi fastidiosamente. Mentre conquistavo con fatica un voto né troppo alto ma certamente nemmeno troppo basso, per un attimo, vidi qualcosa dietro i suoi occhi. Era qualcosa che gli altri non percepivano, e che per qualche strana ragione solo io – solo in quel momento – riuscivo a cogliere. Oltre l’austerità, oltre l’ostinazione. Quello fu il giorno in cui smisi di considerare la sensibilità un difetto, e iniziai a diventare grande. Lui è morto a circa sessant’anni, con i suoi sguardi severi e le dita piene di anelli. Solo e frocio.

La memoria segue percorsi tutti suoi, e traccia strane geometrie. Sceglie cosa conservare e cosa rimuovere. Spesso ci sorprende, lasciando riaffiorare dettagli che pensavamo dimenticati e privi di significato. Impariamo a rileggere momenti accantonati, cogliendo sintassi e melodie inedite che raccontano di noi.

La sensibilità è la sostanza che condiziona il pensiero e definisce le azioni. Un sacco di gente ragiona con gli emisferi sbagliati, parla con gli orifizi scorretti e argina quel poco di sensibilità – data in dotazione con il resto del cervello – considerandola mera debolezza. Ma se le relazioni sono il frutto dei nostri sconsiderati comportamenti – e al tempo stesso il territorio nel quale riveliamo tutto di noi senza possibilità di appello – che senso ha cercare di nascondere (quelle che noi consideriamo) debolezze e nervi scoperti?

Diventare persone migliori non significa necessariamente cambiare.

 

Un ragazzo da sposare

Superata l’antipatica questione della cena fuori – cartina tornasole che misura l’intensità dei rapporti – mi è rimasta la curiosità di indagare un po’ più a fondo le mie discutibili frequentazioni. Mescolando sensibilità, perspicacia e un’innata attenzione ai dettagli, riesco a prevedere con precisione quasi scientifica le prossime catastrofiche mosse del mio interlocutore.

Un’intuito impossibile da mettere in pausa. Da romantico fuori epoca che sono, è un bel problema. Ormai mi è diventato difficile addirittura concedermi una fantasia. Ma lasciando per un attimo da parte le paranoie che popolano i miei giorni, non riesco a non pensare che – là fuori da qualche parte – ci sia ancora qualcuno in grado di sorprendermi e di sovvertire le mie convinzioni.

Mi disse: “Sei perfetto. Hai tutto. Sei un ragazzo da sposare”.

E non lo rividi mai più.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 1.542 follower