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Vale tutto (ma fino all’amore)

Non è facile la vita dei single poco più che trentenni. E in una città come Milano – dove se ti guardi attorno vedi per lo più persone impegnate a guardare se stesse – interpretare la realtà può risultare complesso. L’interpretazione, non certamente la realtà. La realtà è semplice, tutto sommato.
La fluidità degli zuccherosi film americani è pura finzione, e auspicando quella stessa chiarezza si finisce il più delle volte per mescolare carte già giocate: pochi cuori, tanti picche, qualche fiore, re o regine spaiati, e nessun jolly da giocare. L’asso nella manica è rappresentato dall’elasticità mentale di chi non si ferma disperatamente in cerca di un nome, o di un melenso confine entro il quale stare. Sì, perché le relazioni funzionano bene pure quando non hanno un’etichetta. In amore (o quello che è) non avere né casato né libretto di istruzioni rende le cose scivolose, capaci di mutare da giuste a sbagliate e viceversa, con sconcertante rapidità. Dunque, vale tutto.

Ci si erige a paladini della libertà, fino a quando ci si accorge che non si sa dove andare. Credo sia ridicolo frequentare persone nell’attesa che le cose diventino importanti. Tutto è importante, nel momento stesso in cui lo viviamo. Quando per qualcuno diventa difficile non pensare alla programmaticità di futuri fotocopia – scopiazzati dalle pagine di un libro, dai film di cui sopra o semplicemente spiando dalla finestra di casa propria – sarebbe bene ripensare ai vantaggi delle non-relazioni.
Bisognerebbe accanirsi sul presente così come ci si accanisce su quel futuro farcito all’inverosimile di aspettative. Che poi – tanto si sa – non arriva. E se arriva, non è mai come ce lo si aspettava.
Per fortuna. Altrimenti, sai che noia.

Prospettive

In fin dei conti, riscoprirsi viaggiatori, non è che rappresenti di per sé una grande novità, dal momento che tutti noi – per vivere – attraversiamo epoche diverse della nostra esistenza. Ma tra quelle ovvietà tipo non è la meta che conta ma il percorso che si fa per raggiungerla o altre più assolutiste come si parte per andare lontano e poi si torna al punto di partenza, mi sono abbandonato, pensando ai luoghi comuni e alle verità intrinseche che li rendono tali.

In spalla, uno zaino, con tante cose sul fondo. Consapevolezze perdute, conquiste non sudate e – come quando andavo a scuola – pacchetti di biscotti sbriciolati che ti salvano da quel buco allo stomaco di metà pomeriggio. Ma oggi, che tutto è facile e raggiungibile, ha ancora senso partire? No: se si pensa che tutto sia facile e raggiungibile.

Stavo piangendomi un poco addosso, perdendomi parecchie cose. Rinsavendo, ho ampliato lo sguardo sul mondo. Di merda, sì, ma mica sempre. Non quando si lasciano perdere le sovrastrutture sociali, o le pretese che gli altri noi stessi avanziamo spavaldi nei confronti di una vita che sosteniamo non andarci mai bene.
Vuoi una cosa, o credi di volerla, ne trovi un’altra, inaspettatamente più preziosa, inconsapevolmente necessaria, inedita e inspiegabilmente ora irrinunciabile. Riesci a vederla? Bisogna guardarsi oltre. Si avverano desideri che non si sapeva di nutrire.
Gli impavidi vanno oltre sé stessi e si lasciano rendere felici dall’inconsueto.

Ho guardato sul fondo dello zaino e mi è tornata la voglia di viaggiare.

Sentimentalmente inefficace

Inefficacemente sentimentale, avevo messo da parte le smancerie, i manierismi del cuore e tutte quelle cose che – svelate – generalmente mettono in fuga chi frequenti nel giro di pochi istanti. Ma l’avevo fatto tanto tempo fa, crogiolandomi nella convinzione che certi approcci non cambiano, e che il romanticismo – per quanto desueto e assolutamente non necessario – fosse una luna piena, una testa vuota e un bicchiere di champagne bevuto a lume di candela. Più di recente, ma ancora piuttosto lontano da qualsiasi nuova certezza, mi sono ritrovato a riconsiderare la faccenda.
Che il romanticismo sia vivo, è una teoria ancora tutta da dimostrare, ma che i romantici siano morti pare invece un’assoluta certezza. Morti. O camuffati da improbabili poeti urbani, autori di aforismi virali ma non certamente vitali, spacciati sul web come moderne versioni di intramontabili classici che nessuno sentiva il bisogno di rivisitare.

Ridefinire il concetto di sentimentalismo sembra una sfida più avvincente, in un momento storico dove le persone più sono interessate, più si respingono, con macchiavellici escamotage atti a camuffare l’infatuazione, creando dunque nuovi codici di accopp(i)amento. Certo, pretendere che le cose siano esattamente come sembrano continua a essere pura fantascienza, se non per qualche impavido, folle, temerario dell’amore. E la comunicazione si lascia influenzare dagli asettici e fraintendibilissimi nuovi linguaggi.
Prepariamoci dunque alla trasposizione nella realtà delle emoticon, come risposta poco diretta a domande tutt’altro che indirette. Vedo già valanghe di mezzi sorrisi, espressioni corrucciate o lacrimucce poco serie, e ambigui ammiccamenti che non portano da nessuna parte.
Ma il cuore, come si fa?

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L’amore, che paura

Non ti innamorare. Debuttano così. In frangenti notturni fatti di sesso tenuto a debita distanza da tutto. Affettività stitiche e conformità statiche. Non sono fatti per i legami, dicono. Come premessa, prima di impugnare la bandiera delle promesse pronunciate in un altrove che è ovunque, e che non ci apparterrà mai.
Stanotte ascolto Teena Marie.
Penso a chi ti spiazza, ti spezza e poi ti spazza via. Alla pigrizia di chi non ama, all’ingenuità di chi si crede dunque più forte, a quella compassionevole cecità che non riesco a non condannare lo stesso.
L’infatuazione non sempre si trasforma in qualcosa d’altro, e svaniscono volti, anche se con accanimento ci prodighiamo nell’alimentare binomi umani incapaci di sopravvivere fuori dal microclima di una serra, dove il concime è fatto di ormoni e silenzi.

Desideri impavidi, quelli di chi prova a soddisfare una necessità che l’altro non ha. Vorremmo spostare le cose – le persone – ma alla fine le allontaniamo e basta.

 

Eloquenti emozioni

Convenevoli obbligati, preludi, fastidiosi intercalare. Tutti ti salutano chiedendoti come stai? e poi nemmeno aspettano la risposta. Mettiamo i filtri alle fotografie, nella ricerca dell’anima gemella, alle intenzioni e ai modi. Ma non sempre. Non tutti. Eppure il desiderio di schermarsi è figlio di questi anni zero. Una protezione proiezione di quello che vorremmo essere, o in altri casi di quello che fingiamo di essere.

Ho fatto il giro un po’ più largo, ma la verità è che avevo semplicemente voglia di passare sotto casa sua. L’estate ha spogliato Milano: parcheggi vuoti e stazioni semi deserte. La città diventa una sorta di cimitero, il campo di una battaglia combattuta durante la guerra fredda dell’amore. Vorrei mettere l’autotune ai pensieri, che seguono un’intonazione tutta loro. Massì, sto bene.

Sto portando a termine un disegno e sono già proiettato in un altro luogo, sfuggendo all’idea di un rimpianto per il tempo passato, perduto e certe volte sprecato. Metto insieme le idee, raccolgo un paio di note, qualche accordo e tante parole allontanate. Cerco l’armonia perfetta per la mia canzone, inseguendo una chimera distante da tutto.

La vita è storta, bellissima.