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Tra un po’, o forse domani

Sono uscito di casa abbastanza presto, questa mattina. Ammucchiati ai lati della via – ancora lucidi – i sampietrini aspettano le mani degli operai, che con precisione certosina comporranno la scacchiera stradale. Provo a costruire anche io la mia strada, e come un mantra – da qualche tempo a questa parte – mi ripeto che la cosa davvero importante è saper guardare. Mi ritaglio un po’ di tempo, mi concentro sulle cose che voglio, le rendo vivide, le osservo. Non tarderà ad arrivare il momento in cui potrò – semplicemente allungando la mano – toccarle. Mi fermo e costruisco un mondo in cui la mia felicità non è un trofeo del quale compiacermi, ma bensì uno strumento per rendere felici coloro che amo.

La piazza di una qualche città europea: tanta luce e mani che si stringono inavvertitamente senza volersi poi più lasciare. Un giardino pieno di onestà e persone sincere. Un aereo diretto chissà dove, e un abbraccio ad alta quota con gli occhi semi chiusi. Bambini senza pensieri. Cani euforici e gatti appollaiati all’ombra che fingono di dormire. Semifreddi al mascarpone con il cacao sopra. Il cielo rosa e viola come quando avevo otto anni. Poi il mare. I raggi del sole che filtrano tra le fessure delle persiane. I cuscini freschi e il respiro caldo. Le mie braccia intorno al suo collo. Le canzoni. Sedermi sul tavolo. Un’altra casa e magari anche un’altra vita.

Tra un po’, o forse domani.

Occhi neri

Se il temporale di ieri pomeriggio non avesse lasciato il vento a testimonianza del suo passaggio, Milano sarebbe stata perfetta. Accade una manciata di volte l’anno: non fa né troppo freddo né troppo caldo, e sei vestito esattamente nel modo giusto.

Camminiamo lungo il profilo di pietra che gli operai hanno fissato ai lati della strada, tenendoci in bilico per evitare di finire nel fango della carreggiata, ancora incompiuta. Sembrano così lontani i tempi in cui mi torturavo con l’immagine di qualcuno che conoscevo appena, influenzato dal riverbero delle cose che aveva voluto lasciar trapelare di sé. Lontani, ma al tempo stesso vicini. Un connubio di elementi, nozioni acquisite per osmosi e lacrime piante con consapevolezza e misura come mai si dovrebbe fare.

Sorprendente alchimia di stati d’animo e predisposizione a lasciar accadere le cose che si desiderano. I soliti bicchieri, un vino particolarmente dorato. Le giacche abbandonate sulla vassily all’ingresso. Un sorriso sincero che mi ero dimenticato di avere; forse era finito tra le pagine dei miei scritti o in mezzo ai cuscini del divano. Parliamo, ci guardiamo, ci sfuggiamo, ci guardiamo di nuovo. Mescoliamo al mio italiano un po’ di inglese, poi mi sforzo inutilmente con il suo spagnolo. Ridiamo. Ascoltiamo la musica. Si protrae verso di me: penso alle labbra rosa, agli occhi neri e alla voglia di lasciarmi sorprendere.

Mi lascio sorprendere.

Credo siano le tre e mezza o forse le quattro. Non ha detto niente, e si è addormentato a fianco a me, come se sapesse già da quale parte stare. Gli ho portato dell’acqua e poi ho provato a chiudere gli occhi anche io. Non riesco a dormire veramente, ma la felicità di non essere solo è il riposante contraltare per tante altre notti. Domani soffrirò la mancanza della sua presenza, probabilmente. Sogni inquieti, paure represse che si manifestano nell’inconscio. Un risveglio delicato e ancora piacere. Ci osserviamo nuovamente. Non riesco a vedere oltre il nero della sua iride. Il miei occhi sono più chiari, e mi sembra di non poter nascondere nulla. Filtro la luce e lascio libere le parole. Ci sorprendiamo del perfetto combaciare di corpi e desideri. Ci deliziamo con il contrasto dei nostri colori e delle forme.

L’aereo starà atterrando probabilmente in questo momento. È durato tutto troppo poco. Non penso di voler lasciar perdere. Chissà cosa c’è dietro quell’iride nera come asfalto bagnato.

Non accettare caramelle dagli sconosciuti

Stesso tavolo, solita insalata di sempre, e sguardo rivolto oltre la vetrina che si affaccia sul portico. La Milano della pausa pranzo non cambia mai, con le tante persone pronte a riversarsi nelle arterie di piazza Duomo allo scoccare delle tredici e quella meravigliosa frenesia tipica dei giorni infrasettimanali. Era uno spettacolo che non mi concedevo da tempo, considerati gli orari che faccio a scuola e il lavoro per la rubrica che redigo. Osservare la gente è un passatempo che non potrei mai negarmi. In Italia le persone sono totalmente impreparate sul modo per rapportarsi con gli sconosciuti, al punto che salutare o sorridere a qualcuno per strada o in un bar può risultare una vera e propria stravaganza non necessariamente ben recepita (e sicuramente fraintesa).

Un po’ mi piace credere ai segni del destino, agli incontri fortuiti e al coincidere spiazzante di sensazioni e situazioni. Mi piace pensare che le persone incontrate sul percorso abbiano sempre una loro importanza, anche quando ci affiancano per poco o per nulla. I cambiamenti avvengono (se avvengono) lentamente, proprio mentre ci sentiamo quasi immobili. Poi ci si guarda indietro, rileggendo momenti dapprima giudicati trascurabili, come parte di un processo di trasformazione; piccoli inneschi a orologeria attivatori di processi inconsci, destinati a un’esplosione non necessariamente scenografica.

Ho resistito alla tentazione delle squisite patatine che preparano in questo posto, ordinando semplicemente l’insalata: la scena è tutta sua. Mentre i fagiolini e i pomodori si abbracciano nel piatto, ripenso a quel ragazzo che ho incontrato un paio di volte anche qui: probabilmente lavora in zona. Ciclicamente un incontro: vicino la palestra, sotto al portico, per strada, e non molto tempo fa anche al semaforo vicino casa. Ci guardiamo, ci riconosciamo, non ci salutiamo, e poi ognuno per la propria strada. L’altra sera – non sul presto – mi sono affacciato dal terrazzo per sbirciare il puttanaio lasciato dagli operai che stanno sistemando la via. Abitando a un primo piano piuttosto basso vedo bene le persone che passano. Mi si è profilato all’orizzonte. Stava facendosi un giro con il cane. Finalmente ci siamo parlati. Abita nella via parallela alla mia. Sembrerebbe una persona piuttosto normale, ma non ci giurerei.

Speriamo non lo sia. Proprio come me.

 

È difficile

Sto provandoci, ormai da un paio di mesi a questa parte. Tutto è iniziato dopo aver messo nero su bianco le mie mestizie sentimentali. Poi c’è stata la fuga dai social network. Alla fine è arrivata la primavera e ho deciso di provare ad adeguarmi. Se sei stanco di essere depresso, smetti di esserlo. Non bisogna lasciarsi scoraggiare da chi dice che è difficile. La vita, è difficile. È lapalissiano. Se ci pensassimo bene – guardandoci indietro e dentro – ci renderemmo facilmente conto che abbiamo superato tutto sommato situazioni ben peggiori. Ma dove è finita la determinazione che in passato ci ha permesso di raggiungere i traguardi della vita?

Avevo circa diciotto anni quando mi misi in testa di riuscire a cantare un brano molto complesso, di una cantautrice americana. Toccava note irraggiungibili per la maggior parte del genere umano, tra cui un Do della settima ottava. Mi dicevano è difficile. Era vero, e non pensai mai che non lo fosse, così come non pensai mai – nemmeno per un momento – che potessi non riuscirci. Mi dicevano anche che la strada della musica non mi avrebbe portato lontano, e che scrivere e cantare non poteva diventare un mestiere. Un anno dopo ero in televisione, sul podio del festival di Castrocaro. Avevo sbaragliato la concorrenza cantando proprio quel brano, quello difficile.

Prima ancora – quando finii le scuole medie – la mia insegnante di italiano mi disse di lasciar perdere il liceo – è difficile – e di iscrivermi invece a una scuola professionale. A me sembrava una cazzata colossale. Ero convinto di quello che volevo. Gli anni del liceo artistico sono stati fantastici. Gli anni dell’università probabilmente ancora di più.

Mi dicevano che volevo troppo, e che avrei dovuto ridimensionare le mie pretese, perché l’amore è fatto di tanti piccoli compromessi. È difficile. Eppure dieci anni fa mi sono innamorato sinceramente, ed è andata avanti per tanto tempo. Abbiamo fatto tantissime cose insieme, e ci siamo cambiati vicendevolmente, diventando persone migliori. Talmente migliori che ancora oggi – seppur in modo diverso – continuiamo a volerci un gran bene.

Mi han detto è difficile anche quando ho deciso di comperare una casa con la veranda di vetro, a Milano. Io ho solo pensato a quanto la desiderassi, e a quanto fossi già fortunato. Ora sto scrivendo mentre dalla vetrata osservo la via, domandandomi quanto lontano ancora riuscirò ad andare.

Non so perché a volte ci si dimentichi dell’importanza del desiderio. Siamo noi quelli che costruiscono il futuro. Le cose accadono se le desideri davvero, e se tu per primo inizi a guardare il mondo con gli occhi di chi ancora crede nella magia più grande: l’amore. Può sembrare retorico e melenso, ma è così.

Io ci provo, anche se qualcuno starà già pensando che è bello, sì, ma è difficile.

L’importanza delle cose che già abbiamo

Questa mattina, mentre uscivo di casa, mi sono accorto che la via nella quale vivo è ormai totalmente impraticabile. Stanno facendo i marciapiedi, mettendo degli alberi ai lati della strada e rinnovando tutta la pavimentazione stradale. Ho dovuto fare il giro largo, per arrivare alla fermata dell’autobus.

Mi piace passare sul ponte che attraversa la roggia; fa pensare al torrente che scorreva di fianco alla casa dei miei genitori: la violenza e lo scroscio dell’acqua mi incantavano per intere ore quando ero bambino. Ma oggi Milano è tutt’altro che rumorosa. Mentre cammino, il profumo del prato appena tagliato mi sorprende piacevolmente. Il grigio del cielo e il verde accesissimo dell’erba sono un inaspettato binomio perfetto. Non piango più, mentre cammino sull’asfalto impregnato di passi passati e cose non dette (o dette male). Le lacrime si lasciano dunque interpretare dalle poche gocce di pioggia, che cadendo dal cielo sulle mie guance quasi fanno il solletico.

Arriva un momento in cui ti rendi conto che sei tu che decidi. Se non vuoi essere infelice, devi iniziare a non aver paura di dire che sei felice. Penso alle cose straordinarie che già ho. Inizio a essere una persona migliore adesso. Sono stanco di vivere momenti transitori. Io provo a cambiare a partire da questo istante. Con l’acqua del naviglio che scorre, il cielo grigio, le piante appena potate, il fango del cantiere sotto casa, le lacrime del cielo e l’ennesimo paio di Converse che sputtanerò in qualche pozzanghera che non vedrò in tempo.

Forse l’amore non arriva quando meno te lo aspetti, e nemmeno quando sei pronto a riceverlo: arriva semplicemente quando inizi tu per primo ad amare.

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