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Nodi

In quelle sporadiche notti svuotate di ogni rumore fino a diventare quasi fastidiose, mi sono ritrovato – altrettanto di rado – a riconsiderare la questione del tempo che ti cambia.

Sopravvalutato, e caricato all’inverosimile di responsabilità insostenibili, il tempo non cambia le cose, non ci trasforma, non rende la vita più facile. Fatalisti, affidiamo al suo scorrere questioni insolute, nella speranza che – mentre non le guardiamo – si dissipino, disperdendo anche il loro stesso ricordo. Ma si alimentano, ghiotte di un’energia strisciante, tipica di chi si lascia indurire dagli anni, mentre con le mani si copre gli occhi, per non vedere e per non guardarsi, al tempo stesso redattore e detrattore di una quotidianità perennemente in procinto di cambiare.

C’è chi non osa, a essere felice. Chi si sente costantemente in debito con il passato e chi teme di stravolgere una routine che – magari dopo la fine di una lunga relazione – è diventata rassicurante, nella sua tiepida prevedibilità. Inquietudine illegittima, intelligibile diffidenza. Il cuore ti si ferma – i pensieri no – lasciandoti in uno stato di torpore perenne.

Nel bondage esiste una tecnica chiamata hishi; una particolare sequenza di passaggi e nodi che immobilizza busto e braccia. Data la sua complessità, può essere eseguita solo da chi sa maneggiare la corda con estrema precisione. Con la sua corretta esecuzione si delineano lungo il corpo delle forme geometriche a rombo (da qui il nome: hishi, diamante). Quando penso alla vita di certe persone, la immagino come un enorme hishi. Intenzionalmente immobili, sfoggiano i nodi con vanto, porgendoti la frustrazione di una mano che mai cercherà la tua. Inerte.
Ci sono nodi, come lo zeppelin bend, che anche se vengono sottoposti a delle forti tensioni restano molto facili da sciogliere. Esistono nodi scorsoi in grado di stringersi in maniera progressiva fino all’asfissia, semplicemente scorrendo in proporzione alla tensione esercitata sulla corda.

Ma a rendere certe persone spaventosamente inaccessibili non è la complessità o la quantità dei loro intrecci. E nemmeno la meccanica dei loro legami. È la gelosia verso quei grovigli, il vero ostacolo. La paralisi dei sentimenti può essere considerata una conseguenza, ma rimane indiscutibilmente sempre una scelta. Ci sono uomini che non vogliono vedere sciolti i propri nodi, continuando ad avvinghiarsi semplicemente a loro stessi.

Amati, lo stesso

È cremosa, la pioggia, in questi giorni, a Milano.
Fa schifo. Ti si appiccica addosso e aprire l’ombrello è inutile. Sembra salire direttamente dall’asfalto. Vaporizzata, impalpabile ma fastidiosa. E te ne accorgi sempre dopo, quando sei ormai fradicio. Tanto non mi bagno. E invece.

Amare è sperimentare tutte le cose, ma sperimentare senza amore è vivere invano. L’amore è vulnerabile, ma sperimentare senza questa vulnerabilità significa solamente rafforzare il desiderio. Il desiderio non è amore e non può contenere e trattenere l’amore; presto si consuma e velocemente passa, e il suo svanire è sofferenza. […] Affinché l’amore possa essere, la mente che osserva deve smettere di elaborare. L’amore non è una cosa che può essere pianificata e coltivata; non può derivare dal sacrificio e dall’adorazione; non esiste alcun mezzo per l’amore: la ricerca di un mezzo deve anzi concludersi affinché l’amore possa essere. Gli istintivi conosceranno la bellezza dell’amore, solo la sua ricerca porta alla libertà; e solo per coloro che sono liberi c’è amore, soltanto la libertà mai dirige e mai trattiene. L’amore è la sua stessa eternità.

Così come ci guardiamo allo specchio senza vedere la nostra bellezza, frughiamo tra le nostre relazioni alla ricerca di qualcosa di familiare, affine alle nostre esperienze passate o alle nostre pretese. Una cecità inconsapevole, immobile, figlia di quel trattenersi di cui parla Krishnamurti. Ci sono cicatrici che vale la pena mostrare, perché ci ricordano quello che siamo diventati.
Concediamoci la felicità partendo da noi, possibilisti nei confronti dell’inconsueto. Non ci sono momenti giusti o sbagliati.
Non ci sono persone giuste o sbagliate. Ci siamo noi, e la nostra intelligenza.

Altra aria

Ci siamo ospitati, nei corpi, colmi di noi, dunque alla nausea.

Il mattino, impervio, ci ha sorpresi, spaiati.

Come un bambino non ho saputo vestirmi, trovarmi, nel disordine che non ho saputo ripensare.

Ingordi di quella carne, ce ne siamo riempiti le bocche, impastate di lacrime, allo sfinimento.

Non dormo più, esco.

A cercare altra aria.

Comete come te

Ce ne sono state, di comete come te. Luminose, evanescenti, probabilmente inutili.
Milano frizza, all’ora di pranzo. Il solito viavai, i tavolini sovraffollati di qualche bar, tante chiacchiere ad alto volume ma a basso contenuto. In proporzione variabile: il rumore delle tazzine del caffè, lo spiffero della porta che si apre, cose così.

Passano gli anni e continuo a gustarmi la solitudine. Ho imparato ad apprezzarla quando ero molto piccolo, e l’ho custodita gelosamente anche quando condividevo la quotidianità con un altro uomo. È foriera di tante cose, ma chi ne ha paura la considera solo un timore da celare, il sintomo di qualcosa da cui è meglio guardarsi bene.

Osservo, seduto rivolto verso la vetrina, ripensando senza rancore, senza pentimento, con un leggero retrogusto di nostalgia. Una vita fa, che poi era ieri. Beata solitudo, sola beatitudo. Per quanto abitudinario, non ho mai smesso di aver voglia di fare la mia conoscenza. Nella rassicurante linearità di una vita fatta di certezze, e di un margine di approssimazione che mi sono voluto concedere (perché poi non si sa mai).

Ce ne sono state, di comete come te. Gente lasciva, che lascia una scia, generalmente generata per disperdersi nell’ambiente dopo l’uso. E qualche volta ci provo anche, a travestirmi col cinismo. Una manciata di melensi e prevedibili cliché mi riporta alla mia natura. Sguardi, magari addirittura fiori, parole dette al momento giusto e un difficilmente collocabile romanticismo post moderno.

Meno male. Forse la solitudine ci insegna a non tradirci mai, a restare fedeli ai desideri. Nessuna contaminazione. Nessun patriottismo psicologico, per rivendicare l’appartenenza a una casta invidiabile invisibile inafferrabile inutile.

Ce ne saranno anche state, di comete come me, tenute a debita distanza da tutto. Con l’ambizione di potersi definire speciali e pronte a sacrificare quasi qualsiasi cosa per far parte della quotidianità di chi non lo è affatto.

Il negozio di liquori

Frastornato dall’improvvisa quiete di un’irriconoscibile Milano svuotata della sua frenesia, mi sono rifugiato per un attimo dalle convinzioni e dalle mie ritrovate stabilità. Statico, mi sono rispecchiato nella vetrina del negozio di liquori, riflettendo sul riflesso, ubriaco di vita, talmente zuppo di certezze da risultare irremovibile per qualsiasi tempesta dalle ambizioni catastrofiche.

Un tempo avrei trovato rifugio nelle parole, prolungamento naturale dei malesseri, dei pensieri. Mi sarei messo alla prova con l’ennesima scelta sbagliata, solo per una manciata di emozioni che mi avrebbe reso più creativo, meno ingordo, inquieto. Ma oggi no. Mentre me ne stavo lì ad osservare pensavo al tradimento. Non quello degli amanti – quello del tempo. Bastardo, spietato, senza remore.

Meglio o peggio, cosa importa? Un attimo fa avevo vent’anni, uno zaino rosso con dentro il diario, due o tre desideri, parecchia ambizione, la merenda e pochi segreti (non ne sono mai stato un grande estimatore). E se c’è un tempo per ogni cosa, rimane la diffidenza. Per le speranze tradite, verso le persone che non hai mai incontrato, per quei traguardi che forse non hai mai desiderato davvero raggiungere – anche se non lo ammetterai mai.

Ma a cosa serve compatirsi? L’autocompiacimento, a chi giova?
Inseguire una chimera, per amare l’assurdo, rendendosi infelici. Guardarsi intorno, riscoprirsi consapevoli, amare e amarsi, anche se non è come ce lo si sarebbe aspettato.
La strada, il negozio di liquori, ubriacarsi di vita, le ritrovate stabilità.