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Noccioli di ciliegie e tazze sporche

La luce fioca del mattino, il tuo volto adagiato sul cuscino. I piedi che si sfiorano. Un bacio sulle palpebre per strapparti alla notte. Come sono i suoi baci quando sta per iniziare un altro giorno? Sanno ancora toccarti? Ho preparato i waffle: sento l’odore del burro e quello della vaniglia mescolarsi. Ci sono le ciliegie. Stai bene qui? Forse vuoi tornare alla vita che tutti credono appartenerti. Mi farò bastare i noccioli sul tavolo e le tazze sporche. Non so se ti senta di più negli spazi che riempi o nei tanti vuoti che lasci quando te ne vai.

È un amore totale quello che vi lega? O si tratta semplicemente della rassicurante quotidianità di cui credete di aver bisogno? È un’esistenza fatta di macerie: detriti di un sentimento passato, conservati come fossero un feticcio, sul comodino. Lo immagino castano; intelligente ma non perspicace. Mediocre. O forse bellissimo, ma più facile. Gli fai quello che fai a me? O lo rispetti troppo? Non smettere mai.

Ho sfiorato la follia. Sarebbe stato sconsiderato mostrarmi debole. Ho i polsi lividi, ma non ho mai provato a slegarmi dai tuoi nodi. Il nostro amore mi ha umiliato. Lui ti accarezza – ogni notte – prima di addormentarsi? Io ti proteggerei dal mondo e dall’ignoranza; anche se sei il doppio di me, anche se sembri non aver paura di niente. Hai paura solo di noi, e delle domande che non ti faccio, ma che trovi quando non resisti e mi guardi dentro.

Vorrei chiederti dove si trova il confine tra la nostra verità e il mondo. Vorrei imparare a distinguere la nostra verità dal mondo. Sul tavolo, noccioli di ciliegie e tazze sporche.

Pezzi di cuore tra i cuscini del divano

Pezzi Di Cuore Tra I Cuscini Del Divano

Il leggio della sala è illuminato dall’unico faretto che ho voluto lasciare acceso. Davanti a me, le parole: sincere, riscritte, vissute, patite, mescolate ma immutate. Il microfono mi osserva, come se stesse domandandosi se questa sera riuscirò a finire il pezzo. Ci sono brani più difficili di altri, perché quando li componi lo fai e basta – senza pensare – perché ne hai bisogno. Poi arriva il momento di dar loro voce, ed è proprio lì che ti rendi conto se ne sei capace, se sei all’altezza delle tue idee.

Rompo il silenzio della sala. Una prima incisione, poi un’altra e un’altra ancora. Proseguo, ma a frammenti. Voglio cantare e sentire ogni sillaba. Un primo ascolto. Un altro. Mi concentro. Concludo i primi versi. Compiacimento, subito dopo un rimprovero. Vado oltre, salgo ancora. Poi chiudo strozzando una frase in gola: afona, perforata.

La riascolto.

Apro gli occhi e le sue mani sono ancora sotto la mia maglia, le mie gambe adagiate sulle sue cosce. Le braccia attorno al collo. Una mano sfiora il viso ispido, mentre le labbra umide tremano, cercandosi. Un incontro. Poi la schiena contro il muro freddo. I piedi sollevati. Sul pavimento restano i vestiti. Quasi ovunque vedo pezzi del mio cuore: tra i cuscini del divano, sotto al mobile, tra i tasti del pianoforte, negli angoli in cui ho pianto.

È difficile essere all’altezza di se stessi.

All’improvviso, piego la testa. Nell’azzurro della tisana poggiata sul bordo dell’Hammond, mi lascio sorprendere dal riflesso del mio volto. Quello vero, conquistato. Un volto che sorride. Momenti: ancora riesco a renderli vividi attraverso la voce e le parole. Senza recriminazioni, senza astio. Appoggio le cuffie, chiudo le pagine, in mezzo una matita. Devo rientrare a Milano.

Nella tazza galleggiano i ricordi. Sul fondo, l’alone sbiadito di qualche lacrima lontana.

Ed è già giorno

I cuscini sono ancora caldi e le nostre parole stanno tutt’ora riverberandosi negli angoli della stanza. La notte profonda e il mattino si confondono, in un connubio prima di luci e ombre, poi di rumori e vuoti inattesi. Un confine che quasi si fatica a cogliere: ed è già giorno.

Riesci a vivere tutto questo senza indugiare sul bordo dei pensieri e senza pensare alla luce che domani svelerà qualche cosa di me – per te – ancora inedita? Io sì, ho imparato. È costato tutto tanta fatica. Forse tu sei migliore – più scaltro – e poi non hai paura.

Ho aspettato un po’, crogiolandomi sul braciere degli interrogativi che mi fa sentire tanto umano e terreno. Poi ho preso coscienza del fatto che quando qualcuno non ci vuole al proprio fianco è perché magari ha paura. Concentrandosi troppo sulle proprie paure, ci si dimentica di quelle degli altri. Per questo bisogna soffermarsi solo sul presente, sullo stare bene adesso.

È tiepido, questo vento notturno. Quasi mi fa venire voglia di camminare: la città non è muta, ma è quieta.

Ci si innamora delle persone sbagliate se ci si sente sbagliati (il momento giusto è adesso)

Un gran mal di testa, questa mattina. Non so per quale motivo abbia bevuto così tanto ieri sera. Ripensandoci forse invece lo so. È lo strascico dello scorso fine settimana: la paura delle mancanze, delle delusioni e sopra ogni altra cosa l’esigenza di trasformare una splendida avventura in qualcosa di meno effimero. Non avevo voglia di pensarci.

Gli operai hanno lavorato alla strada anche oggi, per qualche ora. Quando mi sono alzato ho spostato le tende per dare un’occhiata, ma è stato il cielo a catturare la mia attenzione. Milano in questi giorni è totalmente grigia. Un tempo forse avrei accordato il mio umore all’atmosfera; ora non più, non adesso.

Solo qualche mese fa una giornata come questa mi avrebbe piegato dal dolore. Quello invisibile, s’intende. Rileggo i miei vecchi scritti, ascolto Phil Collins, mi godo questa serenità: imposta e poi spontanea. Ho smesso di provare a interpretare i pensieri che spesso gli altri nemmeno hanno. Ho iniziato a concentrarmi su di me, perché sono io il mezzo più veloce per raggiungere la serenità (mia e altrui).

Mi innamoravo delle persone sbagliate non tanto perché quelle giuste fossero già impegnate con le altre persone sbagliate, ma perché io per primo mi sentivo sbagliato. Con questa ritrovata consapevolezza mi districo dal groviglio dei pensieri. Ho smesso di torturarmi quando ho capito che il modo migliore per vivere i rapporti è concentrarsi sul momento che si sta vivendo, provando a rendere migliore la vita di chi abbiamo a fianco: dieci anni, due mesi, una notte… se sei bravo può bastare anche il solo frangente di un sorriso, o di uno sguardo.

Cerchiamo qualcuno che ci liberi, non lo troviamo, ci lamentiamo degli insuccessi e dei fallimenti, alimentiamo la rabbia, coltiviamo l’insofferenza e la depressione. Ma chi vorrebbe a fianco qualcuno così? Liberiamoci da soli, e iniziamo a diventare più simili a quell’immagine di noi che abbiamo messo sotto spirito in attesa del momento giusto.

Principi azzurri e principesse rosa travestiti da rompicoglioni non potranno mai riconoscersi, ma solo respingersi.

Il momento giusto è adesso.

Tra un po’, o forse domani

Sono uscito di casa abbastanza presto, questa mattina. Ammucchiati ai lati della via – ancora lucidi – i sampietrini aspettano le mani degli operai, che con precisione certosina comporranno la scacchiera stradale. Provo a costruire anche io la mia strada, e come un mantra – da qualche tempo a questa parte – mi ripeto che la cosa davvero importante è saper guardare. Mi ritaglio un po’ di tempo, mi concentro sulle cose che voglio, le rendo vivide, le osservo. Non tarderà ad arrivare il momento in cui potrò – semplicemente allungando la mano – toccarle. Mi fermo e costruisco un mondo in cui la mia felicità non è un trofeo del quale compiacermi, ma bensì uno strumento per rendere felici coloro che amo.

La piazza di una qualche città europea: tanta luce e mani che si stringono inavvertitamente senza volersi poi più lasciare. Un giardino pieno di onestà e persone sincere. Un aereo diretto chissà dove, e un abbraccio ad alta quota con gli occhi semi chiusi. Bambini senza pensieri. Cani euforici e gatti appollaiati all’ombra che fingono di dormire. Semifreddi al mascarpone con il cacao sopra. Il cielo rosa e viola come quando avevo otto anni. Poi il mare. I raggi del sole che filtrano tra le fessure delle persiane. I cuscini freschi e il respiro caldo. Le mie braccia intorno al suo collo. Le canzoni. Sedermi sul tavolo. Un’altra casa e magari anche un’altra vita.

Tra un po’, o forse domani.

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