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L’amore, che paura

Non ti innamorare. Debuttano così. In frangenti notturni fatti di sesso tenuto a debita distanza da tutto. Affettività stitiche e conformità statiche. Non sono fatti per i legami, dicono. Come premessa, prima di impugnare la bandiera delle promesse pronunciate in un altrove che è ovunque, e che non ci apparterrà mai.
Stanotte ascolto Teena Marie.
Penso a chi ti spiazza, ti spezza e poi ti spazza via. Alla pigrizia di chi non ama, all’ingenuità di chi si crede dunque più forte, a quella compassionevole cecità che non riesco a non condannare lo stesso.
L’infatuazione non sempre si trasforma in qualcosa d’altro, e svaniscono volti, anche se con accanimento ci prodighiamo nell’alimentare binomi umani incapaci di sopravvivere fuori dal microclima di una serra, dove il concime è fatto di ormoni e silenzi.

Desideri impavidi, quelli di chi prova a soddisfare una necessità che l’altro non ha. Vorremmo spostare le cose – le persone – ma alla fine le allontaniamo e basta.

 

 

 

Eloquenti emozioni

Convenevoli obbligati, preludi, fastidiosi intercalare. Tutti ti salutano chiedendoti come stai? e poi nemmeno aspettano la risposta. Mettiamo i filtri alle fotografie, nella ricerca dell’anima gemella, alle intenzioni e ai modi. Ma non sempre. Non tutti. Eppure il desiderio di schermarsi è figlio di questi anni zero. Una protezione proiezione di quello che vorremmo essere, o in altri casi di quello che fingiamo di essere.

Ho fatto il giro un po’ più largo, ma la verità è che avevo semplicemente voglia di passare sotto casa sua. L’estate ha spogliato Milano: parcheggi vuoti e stazioni semi deserte. La città diventa una sorta di cimitero, il campo di una battaglia combattuta durante la guerra fredda dell’amore. Vorrei mettere l’autotune ai pensieri, che seguono un’intonazione tutta loro. Massì, sto bene.

Sto portando a termine un disegno e sono già proiettato in un altro luogo, sfuggendo all’idea di un rimpianto per il tempo passato, perduto e certe volte sprecato. Metto insieme le idee, raccolgo un paio di note, qualche accordo e tante parole allontanate. Cerco l’armonia perfetta per la mia canzone, inseguendo una chimera distante da tutto.

La vita è storta, bellissima.

Trovare la persona giusta ma rendersi conto di essere quella sbagliata (2016)

Milano era bollente, ieri sera. Il solito asfalto vivo, che butta fuori calore come se sotto ci fosse l’inferno. Magari c’è.
Oggi fa ancora caldo ma senza sole e tra poco – fuori luogo per essere il 12 luglio – arriverà un acquazzone. Una tempesta tropicale, intensissima, luminosa, inappropriata. A volte il cielo della città sembra rispecchiare alla perfezione gli stati d’animo delle persone che la abitano. Rapidamente, cambiano le cose, passano le nuvole, tornano, se ne vanno di nuovo, la strada si asciuga. Rapidamente, così come cambiano le pretese – le persone – insieme alle loro integerrime convinzioni.

Sembra ieri, il 12 luglio del 2009. Seduto sul prato del cimitero di Westwood, a Los Angeles, contemplando la lapide di Minnie Riperton (agli esordi anche conosciuta come Andrea Davis). Una delle mie muse, con quella voce inarrivabile e quelle canzoni avvolte nel velluto tipo Inside My Love. Mi ritrovo in qualche fotografia, pensando a quanto non mi curassi di cose ora fondamentali. Ero giusto, giustamente sbagliavo.

Qual è la proporzione? Interlocutori differenti, scenari simili, relazioni analoghe. Si affina lo stile, si ama meglio. Un po’ meglio, ma non so quanto. Sicuramente non c’è una regola, e fare statistiche è impossibile. È bello ingentilire il proprio modo di amare. O quello degli altri, meraviglioso.
In testa un frullatore, i dubbi per le scelte fatte nell’epoca in cui giustamente si sbagliava, i sensi di colpa per i torti presumibilmente fatti e per quelli che potresti fare a qualcuno o qualcosa che ancora non c’è, o a te stesso. Rivaluti, soppesi, sopporti, sospendi, rileggi e poi basta.
Ho scritto sul muro alla sinistra del pianoforte smetti di essere chi sei e comincia a essere chi vuoi. Liberamente interpretabile, l’aforisma ha dato vita a critiche sparse. Retorico, banale, forse già sentito, ma reinterpretabile. Leggilo come ti piace di più. Fanne quello che vuoi. Se i problemi sono gli stessi di sempre, cambia tu.

Certe persone, alla fine ci prendono gusto, a essere infelici. Ammesso che lo siano davvero.

Sentimentalmente impotenti (trascurabili mancanze)

È davvero necessario avere qualcosa in comune con chi ci piace, per poter avviare una nuova relazione? Forse è più sensato pensare che ad avere qualcosa in comune tra loro debbano essere le persone che ci piacciono. Se fossero invece le mancanze a fare la differenza? Inestirpabile, l’ostinazione di chi continua a cercare le persone giuste nei luoghi sbagliati (o nei corpi sbagliati). Proviamo a prendere le distanze dal passato, ma poi ricadiamo negli errori di sempre, provando ad affiancarci a un’altra persona – giusta e sbagliata – esattamente come quelle che ci sono state prima. Siamo la somma delle nostre esperienze, successi e fallimenti. Ci piacciono le persone con le quali soffriamo solo per avere qualcuno cui dare la colpa?

Ci ho provato, mille volte e più, a cambiare rotta, ad aggiustare il tiro, a ridimensionare le richieste, senza mai scendere veramente a compromessi; perché la felicità è una sola e non è negoziabile. Con certe persone si genera una strana energia. Frizzante, inebriante, al tempo stesso evanescente. Se ne diventa dipendenti. Si baratta la lucidità per l’emozione. Innovativo sport estremo – ma già démodé – e alla portata di tutti.

Perché sentiamo la necessità di trovare un colpevole contro cui accanirci quando si tratta di esaminare le nostre relazioni? Temiamo un rimprovero? Un monito per le inadempienze? Non ci perdoniamo mai nulla, ma spesso in amore – così come non esistono vincitori e perdenti – non esistono colpevoli contro cui scagliarsi. Si rimane soli, con il tempo a fare da giudice, così inefficacemente neutrale e così inavvertitamente spietato.

Ad accomunare le persone sbagliate – puntualmente fuori luogo – c’è il loro essere inappropriate, il loro essere sentimentalmente impotenti.

E ci siamo noi.

È un anno che (non) ti conosco

È un anno che non ti conosco e sono ancora qui a pensare che se tu avessi conosciuto me per primo, ti sarebbe venuta voglia di farti conoscere. Penso all’insolito, all’insoluto.

Stamattina mi sono svegliato un po’ triste, ed era tanto che non succedeva. Sarà perché proprio oggi è un anno esatto che (non) ti conosco. È quasi passato un anno anche da quella cena che non c’è mai stata, ma che nonostante tutto mi è rimasta sullo stomaco. Indigesta, la nostra (non) frequentazione.

Oggi sole, niente pioggia. Niente posso darti un bacio? o stupefacenti ho capito come eri dal modo in cui mi hai abbracciato, niente di niente. Penso al mare, alla spiaggia che non abbiamo mai visto, nemmeno a settembre. Penso a quando ho camminato a piedi nudi, con il costume azzurro, quello ancora sporco di sabbia, nel tuo salotto. Penso che sicuramente non te ne ricorderai, ma è un anno che (non) ti conosco.

Ti rendi infelice in minima parte. In quella parte di onesta omertà sessuale mi contempli. Lasci suonare il campanello, cadono i vestiti, insieme alle inibizioni e alle inopportune contraddizioni di una vita intera.