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Ci si innamora delle persone sbagliate perché quelle giuste sono già impegnate con le altre persone sbagliate

Tag: parole

Tracce lasciate dal cuore

Negli ultimi mesi non ho scritto molto. Ho scritto, ma altrove.
Un tempo venivo qui e mettevo nero su bianco i pensieri, a ruota libera. Poi voi commentavate – pubblicamente o privatamente – facendomi capire che con le mie parole descrivevo e davo forma anche al vostro sentire. Ogni tanto gli sconosciuti capiscono meglio di chiunque altro come stiamo.
Poi, da un po’ di tempo a questa parte, la mia scrittura si è fatta pacata e io con lei ho imparato a calibrare il flusso dei pensieri. Ho scelto alcuni episodi e li ho raccolti insieme, perché tutti me lo dicevano, e perché avevo proprio voglia di racchiudere in uno di quegli scrigni chiamati libri i miei ultimi anni. Le parole abbracciate, quelle allontanate, quelle sputate fuori impastate nella saliva di un bacio rimasto appeso a giorni lontani.

Ho sorriso, rileggendo la storia dei quarantacinque appuntamenti in un anno. Ho pensato a quanto non abbia mai smesso di crederci, a quella vecchia e melensa faccenda dell’amore. E porca puttana, se ci credo ancora. È lì fuori da qualche parte: forse dall’altra parte del mondo, forse in fondo alla strada o forse in prigione.
Ma c’è. E non provateci, a convincermi del contrario. Mi uccidereste.

Sfogliando le pagine virtuali di andreadevis.com mi sono imbattuto in tanti, tantissimi pezzi scritti pensando a qualcuno che incontrai circa tre anni fa proprio in questo periodo. Io non so perché mi innamorai di uno sconosciuto. Forse ne avevo bisogno, forse era la persona giusta al momento sbagliato. Ero debole. Ma sulle persone giuste e sbagliate ho scritto interi capitoli, per approdare alla convinzione che tutti siamo giusti e sbagliati a momenti alterni, e a volte pure in contemporanea. Capita che la sera – generalmente il mercoledì e la domenica – ci pensi. Come sarebbe stato se le cose fossero andate diversamente? Forse adesso avrei chiuso il mac e sarei andato ad addormentarmi nell’incavo tra il suo braccio e il fianco.

Ma continuo a leggermi, trovando dispiegata tra le righe l’insofferenza. È stato il Cinghia a farmi rialzare, ricordandomi che a volte i nostri desideri prendono inspiegabilmente forma, e non di rado finiscono con l’aderire alle aspettative in maniera sconcertante. Come il suo sorriso, sconcertante al punto tale da farmi arrossire. Sono suoi, i baci rimasti appesi a giorni lontani. L’ho patito con decoro. Mi sono guardato indietro, ho guardato avanti.

C’è tanta Milano nelle mie composizioni. A volte sullo sfondo, altre in primo piano. Una città che è sempre stata casa mia, anche quando dormivo altrove. Però stasera partirei, senza meta. Girerei il mondo, stanerei l’amore – gli amori – perché ne esistono tanti. Seguirei le tracce lasciate dal cuore, e ne scriverei poi qui, come fosse un diario di bordo.

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Sentimentalmente impotenti (trascurabili mancanze)

È davvero necessario avere qualcosa in comune con chi ci piace, per poter avviare una nuova relazione? Forse è più sensato pensare che ad avere qualcosa in comune tra loro debbano essere le persone che ci piacciono. Se fossero invece le mancanze a fare la differenza? Inestirpabile, l’ostinazione di chi continua a cercare le persone giuste nei luoghi sbagliati (o nei corpi sbagliati). Proviamo a prendere le distanze dal passato, ma poi ricadiamo negli errori di sempre, provando ad affiancarci a un’altra persona – giusta e sbagliata – esattamente come quelle che ci sono state prima. Siamo la somma delle nostre esperienze, successi e fallimenti. Ci piacciono le persone con le quali soffriamo solo per avere qualcuno cui dare la colpa?

Ci ho provato, mille volte e più, a cambiare rotta, ad aggiustare il tiro, a ridimensionare le richieste, senza mai scendere veramente a compromessi; perché la felicità è una sola e non è negoziabile. Con certe persone si genera una strana energia. Frizzante, inebriante, al tempo stesso evanescente. Se ne diventa dipendenti. Si baratta la lucidità per l’emozione. Innovativo sport estremo – ma già démodé – e alla portata di tutti.

Perché sentiamo la necessità di trovare un colpevole contro cui accanirci quando si tratta di esaminare le nostre relazioni? Temiamo un rimprovero? Un monito per le inadempienze? Non ci perdoniamo mai nulla, ma spesso in amore – così come non esistono vincitori e perdenti – non esistono colpevoli contro cui scagliarsi. Si rimane soli, con il tempo a fare da giudice, così inefficacemente neutrale e così inavvertitamente spietato.

Ad accomunare le persone sbagliate – puntualmente fuori luogo – c’è il loro essere inappropriate, il loro essere sentimentalmente impotenti.

E ci siamo noi.

Le parole allontanate

L’asfalto vomita il caldo in questa domenica di ritrovato bollore, e mentre i lampioni si accendono ai margini della strada, Milano ingoia i miei passi. Penso alle parole allontanate, quelle capaci di raccontare chi siamo senza troppe pretese. Penso alle parole mai pronunciate, per paura di renderle realtà. Penso alle conquiste, alle frasi dette piano per non far sentire il cuore. Discorsi leggeri, che volano via insieme alle poche foglie dimenticate da un autunno già trascorso.

Le parole allontanate violentano la mente e stuprano i pensieri. Tornano – arroganti – con la pretesa di essere scritte o pronunciate, anche con un filo di voce, anche quando è notte. Completano melodie rimaste sospese sul rigo di qualche pentagramma. Sfuggono a ogni metrica. Tormentano, assillano, inseguono, creano nodi tra persone e circostanze. Le parole allontanate ci insegnano a farci abitare. Disorientano, spingono la vita al confine tra desiderio e ambizione. Riflettono aspirazioni e incarnano incertezze legittime.

Mentre la piazza si popola di ombre quasi familiari, continuo a camminare da solo osservando l’orizzonte – pensando ad altri luoghi – ma senza né la voglia né il bisogno di scappare davvero.

Le parole allontanate ci avvicinano.

Pezzi di cuore tra i cuscini del divano

Pezzi Di Cuore Tra I Cuscini Del Divano

Il leggio della sala è illuminato dall’unico faretto che ho voluto lasciare acceso. Davanti a me, le parole: sincere, riscritte, vissute, patite, mescolate ma immutate. Il microfono mi osserva, come se stesse domandandosi se questa sera riuscirò a finire il pezzo. Ci sono brani più difficili di altri, perché quando li componi lo fai e basta – senza pensare – perché ne hai bisogno. Poi arriva il momento di dar loro voce, ed è proprio lì che ti rendi conto se ne sei capace, se sei all’altezza delle tue idee.

Rompo il silenzio della sala. Una prima incisione, poi un’altra e un’altra ancora. Proseguo, ma a frammenti. Voglio cantare e sentire ogni sillaba. Un primo ascolto. Un altro. Mi concentro. Concludo i primi versi. Compiacimento, subito dopo un rimprovero. Vado oltre, salgo ancora. Poi chiudo strozzando una frase in gola: afona, perforata.

La riascolto.

Apro gli occhi e le sue mani sono ancora sotto la mia maglia, le mie gambe adagiate sulle sue cosce. Le braccia attorno al collo. Una mano sfiora il viso ispido, mentre le labbra umide tremano, cercandosi. Un incontro. Poi la schiena contro il muro freddo. I piedi sollevati. Sul pavimento restano i vestiti. Quasi ovunque vedo pezzi del mio cuore: tra i cuscini del divano, sotto al mobile, tra i tasti del pianoforte, negli angoli in cui ho pianto.

È difficile essere all’altezza di se stessi.

All’improvviso, piego la testa. Nell’azzurro della tisana poggiata sul bordo dell’Hammond, mi lascio sorprendere dal riflesso del mio volto. Quello vero, conquistato. Un volto che sorride. Momenti: ancora riesco a renderli vividi attraverso la voce e le parole. Senza recriminazioni, senza astio. Appoggio le cuffie, chiudo le pagine, in mezzo una matita. Devo rientrare a Milano.

Nella tazza galleggiano i ricordi. Sul fondo, l’alone sbiadito di qualche lacrima lontana.

Se l’amore non esiste

Deglutisco l’indulgenza riflettendo sulle cose che vorrei cambiare. Passeggio per le strade del centro calpestando il pavé sconnesso. Ripenso all’amore che non esiste, provo a bastarmi.

Se l’amore non esiste, cosa resta? Guardo i portoni chiusi delle case del centro: sempre imponenti, compatti, con quell’aria austera tipica dell’architettura fascista. Non si sa chi ci viva.

Se l’amore non esiste, rimane un lontano sapore dolciastro sulle labbra. Stucchevole, melenso. Rimane l’apparenza di un fine settimana in mezzo ai sorrisi di persone che si improvvisano amiche. Un paesaggio bucolico, ora il mare, ora la neve. Pesanti stoffe pregiate dalla fantasia discutibile ricoprono poltrone disabitate da tempo, nell’anonima hall di qualche albergo. Polvere, cenere, sabbia, sale.

Se l’amore non esiste, restano le scopate violente, fatte con talmente poco cuore che se non fosse per il dolore potresti essere morto. Una camminata in punta dei piedi sul bordo, tra dolore fisico e mentale, aspettando il momento giusto per lasciarsi cadere con la faccia sul pavimento, riprendendo così il contatto con la realtà, pur partendo dai suoi confini.

Se l’amore non esiste, rimane tutto il resto. La voglia di non diventare mai né invincibili né immortali. Il profumo stomachevole degli altri, che però non si può fare a meno di annusare, quasi fosse un feticcio.

Se l’amore non esiste, resta la paura della solitudine. Familiare al punto da risultare una sfumatura della personalità. Assorbita, stemperata, ma mai davvero superata. Restano le solite orge di parole, i grovigli di lettere e di cose dette a metà. Frasi coniugate all’imperfetto. Punti e virgole sparpagliati perfettamente.

Se l’amore non esiste, resta un monosillabo dietro cui nascondere le lecite ambizioni che ci rendono umani.

Se.