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Ci si innamora delle persone sbagliate perché quelle giuste sono già impegnate con le altre persone sbagliate

Tag: musica emergente

Raccolta Fondi Per “Nella Stanza”

È arrivato il momento di chiedervi tutto il sostegno possibile:

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Ho creato una campagna di crowdfunding su Musicraiser per il mio primo album e mi serve il vostro aiuto per farla volare molto, molto in alto!
Nella Stanza è previsto per l’autunno, ma potete pre-ordinarlo finanziandolo con un piccolo contributo. Come? Cliccate sul link sopra e scoprite le ricompense che ho creato per voi: gadget, concerti, lezioni di canto, copertine d’artista, bonus track e molti altri vantaggi per tutti quelli che vorranno metterci – prima di tutto – il cuore.

Grazie.

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L’uomo perfetto non è mai quello giusto

Un’irresistibile tentazione. Un diamante tutt’altro che grezzo da sfoggiare rigorosamente tra le quattro mura della camera da letto. Da ammirare senza vestiti, o con addosso solo una manciata di indicibili fantasie. Una trasgressione che se non fai attenzione può diventare normale da fare schifo. Perché poi ti abitui all’inconsueto, e prima che possa diventare ordinario – ammesso sia possibile – ne sei già dipendente. Ero così. E consapevole di tutto, ma assoggettato dalle parole.

Il perfetto connubio tra un maschile e un femminile che a quarant’anni in tanti come lui ancora non hanno saputo sintetizzare con un profilo preciso. Per mano, lungo il confine tra perdizione e privilegio. L’ho guardato portarsi via il riverbero di chi mi aveva fatto prostrare: lettere, canzoni, pensieri; tutto ammassato in un angolo della stanza. Lentamente sono sceso ai suoi piedi, senza lasciare che se ne accorgesse. Per sfogare i miei abbracci ho accumulato al centro del letto l’ingordigia e la lussuria: pretesti consunti e quasi grotteschi. Quando la luce di un pomeriggio qualsiasi di luglio ha illuminato i bordi delle cose, abbiamo chiuso gli occhi. Io ho finto di essere ancora in tempo per salvarmi dall’illusione.

Ho sceso le scale. Svuotato, umido. Ancora troppo concitato per lasciare cadere un paio di lacrime: in mezzo agli sguardi degli sconosciuti, per strada, mi avrebbero fatto sentire umano.

Abbiamo entrambi le risposte alle domande che non ci facciamo.

Pezzi di cuore tra i cuscini del divano (2)

“Apro gli occhi e le sue mani sono ancora sotto la mia maglia, le mie gambe adagiate sulle sue cosce. Le braccia attorno al collo. Una mano sfiora il viso ispido, mentre le labbra umide tremano, cercandosi. Un incontro. Poi la schiena contro il muro freddo. I piedi sollevati. Sul pavimento restano i vestiti. Quasi ovunque vedo pezzi del mio cuore: tra i cuscini del divano, sotto al mobile, tra i tasti del pianoforte, negli angoli in cui ho pianto”

L’importanza delle cose che amiamo fare

Non potevo fare a meno di domandarmi se fosse stata una buona idea mostrare (a prescindere) tutto quell’entusiasmo con i ragazzi del trucco & parrucco, tant’è che nervosamente cercavo una qualsiasi superficie riflettente per guardare ancora una volta i capelli, prima della trionfale uscita da “ospite fuori gara” sul palco del Gala di Castrocaro. Mentre respiravo la tensione degli altri – riportandomi inevitabilmente a più di dieci anni prima – gustavo con il sorriso la mia serenità, frutto di un miscuglio di esperienze e situazioni troppo complesso per essere sintetizzato in una frase.

Tra un ospite e l’altro, c’erano dei ragazzi piuttosto bravi a contendersi l’unico posto rimasto per la finale. Lo facevano con determinazione, ma senza accanimento. Voci acerbe ma precise, superficiali ma indiziarie di qualcosa d’altro ancora inconsapevolmente nascosto. Una generazione diversa. Io invece ascoltavo le divas: Patti LaBelle, Aretha Franklin, Whitney Houston… e a diciotto anni la mia voce aveva assorbito talmente tanto da risultare pregna di fin troppa personalità. Esageravo sempre. E ci credo: avevo un tale casino dentro. E pure fuori, a pensarci.

Basito dalle domande decisamente poco spontanee del presentatore, sorridevo, ma continuando in realtà a chiedermi come fosse possibile che lui – vestito di tutto punto – non sudasse minimamente, mentre io – quasi nudo – sentissi secondo dopo secondo il corpo sciogliersi sotto i riflettori. Non c’è stato tempo per preparare un pezzo nuovo, così, mentre passavo all’inciso principale di Dopo Di Te, lasciavo che gli archi sintetizzati mi riportassero con un crescendo fatto di mancanze a emozioni che ora non chiedono più di essere urlate. Ci sono canzoni che scrivi per mero bisogno, buttandoci dentro tutto te stesso, ma che solo quando te ne allontani comprendi fino in fondo, restituendo loro l’intensità esatta di cui hanno bisogno per risplendere.

Mentre intonavo un gospel, mi sembrava di aver fatto un incantesimo alla platea. Con oscillazioni vocali quasi orgasmiche improvvisate sul coro del brano, sentivo tutti gli occhi puntati su di me. Mi sembrava di poter sentire il rumore delle labbra mentre si schiudevano liberando i sospiri. Il palco ti isola, ti eleva, ti espone e in un certo senso ti protegge: è una sorta di amante geloso, possessivo, ma al tempo stesso permissivo e provocatore. Ed è stato più o meno in quella manciata di secondi prima delle ultime frasi che mi sono reso conto di quanto mi sentissi bene e appagato.

Non dovremmo mai dimenticare cosa ci fa stare bene. Dovremmo smetterla di essere noiosi e lamentosi, cercando di ridere di più, senza pensare alle conseguenze e senza dar peso a quegli “ipotetici futuri” che generalmente non prendono nemmeno forma, se non come detrattori di un presente che, consumato, comunque non torna.

Pezzi di cuore tra i cuscini del divano

Pezzi Di Cuore Tra I Cuscini Del Divano

Il leggio della sala è illuminato dall’unico faretto che ho voluto lasciare acceso. Davanti a me, le parole: sincere, riscritte, vissute, patite, mescolate ma immutate. Il microfono mi osserva, come se stesse domandandosi se questa sera riuscirò a finire il pezzo. Ci sono brani più difficili di altri, perché quando li componi lo fai e basta – senza pensare – perché ne hai bisogno. Poi arriva il momento di dar loro voce, ed è proprio lì che ti rendi conto se ne sei capace, se sei all’altezza delle tue idee.

Rompo il silenzio della sala. Una prima incisione, poi un’altra e un’altra ancora. Proseguo, ma a frammenti. Voglio cantare e sentire ogni sillaba. Un primo ascolto. Un altro. Mi concentro. Concludo i primi versi. Compiacimento, subito dopo un rimprovero. Vado oltre, salgo ancora. Poi chiudo strozzando una frase in gola: afona, perforata.

La riascolto.

Apro gli occhi e le sue mani sono ancora sotto la mia maglia, le mie gambe adagiate sulle sue cosce. Le braccia attorno al collo. Una mano sfiora il viso ispido, mentre le labbra umide tremano, cercandosi. Un incontro. Poi la schiena contro il muro freddo. I piedi sollevati. Sul pavimento restano i vestiti. Quasi ovunque vedo pezzi del mio cuore: tra i cuscini del divano, sotto al mobile, tra i tasti del pianoforte, negli angoli in cui ho pianto.

È difficile essere all’altezza di se stessi.

All’improvviso, piego la testa. Nell’azzurro della tisana poggiata sul bordo dell’Hammond, mi lascio sorprendere dal riflesso del mio volto. Quello vero, conquistato. Un volto che sorride. Momenti: ancora riesco a renderli vividi attraverso la voce e le parole. Senza recriminazioni, senza astio. Appoggio le cuffie, chiudo le pagine, in mezzo una matita. Devo rientrare a Milano.

Nella tazza galleggiano i ricordi. Sul fondo, l’alone sbiadito di qualche lacrima lontana.