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Tag: diario

Ci impegniamo con le persone impegnate perché sono poco impegnative

Ci deve essere un nesso. Una congiunzione astrale particolarmente sfavorevole o un recidivismo inguaribile. Un sottile filo che lega le nostre frequentazioni e che traccia -razionalmente- un profilo comune. Negarlo è inutile, comprenderlo e accettarlo è indispensabile; non per guarire, ma solo per essere consapevoli smettendola di piangerci addosso dando la colpa a un destino spietato (che non esiste). Siamo attratti da quello che non vogliamo avere. È una tensione costante, che tiene svegli i sensi e che fa sentire vivi, reattivi e pronti. A Milano, non ci sono più persone con le quali valga la pena frequentarsi -o meglio- non ci sono più persone libere con le quali valga la pena frequentarsi. A volte non vale la pena frequentare nemmeno persone impegnate -e se qualcuno pare frequentabile- dobbiamo poi fare i conti con i suoi inscindibili legami. I più coraggiosi ci provano, consci del fatto che uscire con qualcuno di impegnato, equivale a uscire anche con i suoi impegni.

In un certo senso inabissarsi nella frequentazione di qualcuno di impegnato può avere dei vantaggi. Chi cerca di evadere da un rapporto solitamente lo fa alimentando quell’eccitante tensione di cui sopra. Chi evade da un rapporto mette in mostra il meglio di sé; per sentirsi ancora desiderabile, per sentirsi ancora giovane preda o cacciatore. Grandi sorrisi, complimenti, qualche attenzione che lusinga e una buona dose di pregiata acqua di Parma. Gli ingredienti -in proporzione variabile- sono gli stessi da sempre. Noi ci prendiamo quello che di buono c’è, senza chiedere nulla in cambio. È piacevole e distensivo, nella misura in cui dall’altra parte troviamo lo stesso effimero pensiero di consapevolezza.

Esiste un limite, quello dei sentimenti. Domarli è impossibile, e proprio quando hai la convinzione di essere finalmente riuscito a governarli, loro si manifestano spietatamente. Nella maggior parte dei casi è la persona impegnata a perdere la strada di casa. Prenderle la mano e riportarla sulla retta via è la cosa giusta da fare, ma ti consacrerà ai suoi occhi come un santo salvatore protettore della famiglia e prossimo alla beatificazione; beatificazione che ti permetterà di venire elevato al ruolo di entità superiore, da idolatrare, per via di una morale incorruttibile, che è rimasta tale anche di fronte alla palese -ma meschina- possibilità di cambiare definitivamente le carte in tavola.

Elicitare una condotta moralmente stabile sarebbe in netta contrapposizione con l’intera situazione, ma a volte le persone impegnate finiscono per impegnarsi; con noi. Potrebbe sembrare una vittoria, ma non lo è quasi mai. È come se, venendo meno la penombra degli eccitanti e clandestini incontri, la tanto agognata luce del sole ci illuminasse fino a far sparire quel concentrato di sincerità e sentimenti che contraddistingueva le ore passate insieme.

Per quanto se ne dica, in fondo lo sappiamo: le persone già impegnate -e che si impegnano a loro volta con altre persone- sono persone delle quali non ci fideremmo mai.

Inspira, espira, ispira e aspira

Inspira sempre una buona quantità di aria di qualità e cerca di assorbire tutto quello che di buono hanno da offrire le persone accanto a te. Circondati di uomini, donne e animali capaci di sorridere di fronte alla vita, soprattutto quando le cose vanno spietatamente male e di migliorare proprio non ne vogliono sapere. Abbraccia quelli che ti piacciono, annusa loro il collo e strusciatici come fanno i gatti, cercando di inspirarne l’odore e immaginando di poter assorbire con esso un poco di quello che ti piace di loro (e che te li fa chiamare “amici”).

Espira buttando fuori tutte le tossine. Butta fuori le parole delle persone inconsapevoli delle loro fortune, e sempre pronte a ricordarti con fare beffardo che la vita è unicamente sofferenza e sopportazione. Elimina, espirando profondamente, i bacilli dei portatori sani di sfiga, perché loro -poveretti- sono ineducati alla felicità e incapaci di cambiare prospettiva.

Ispira chi ti sta vicino con il sorriso, trasmetti la tua voglia di vivere anche se non ne hai (poi ti sentirai meglio anche tu). Sii fonte di ispirazione d’amore per gli altri, semplicemente restando quello che sei. Accantona ciò che dicono i telegiornali mentre ceni (e che quindi finisce inevitabilmente nel tuo stomaco a forchettate) e pensa -estremizzando- alle cose che ti rendono orgoglioso di te. Se non trovi nulla che ti renda orgoglioso di te stesso, pensa a quello che vorresti essere e inizia a pensare di esserlo (poi a lungo andare, perseverando, potresti anche diventarlo).

Aspira sempre al massimo, per te e per le persone cui vuoi bene (anche se talvolta potrebbe voler dire soffrire o farsi da parte). Aspira a essere meglio di ieri, ma senza pensare al domani.

TE + ME = IO³

L’orologio segna un’ora troppo strana per restare a letto, eppure sono lì, immobile, a osservare le luci delle macchine illuminare a intermittenza le feritoie della tapparella. Ascolto in lontananza il rumore dei tram sulle rotaie, in un alternarsi di discese e salite di persone dirette chissà dove. Nella Milano che non riposa mai, due braccia mi stringono, e mentre dimentico a chi appartengono mi lascio andare a pensieri e riflessioni su me stesso e “gli altri” – entità astratta con la quale relazionarsi. Non so dove mi trovo, non ho più idea di che ore siano e non so nemmeno con certezza se si tratti della mia adolescenza o se ho già compiuto sessant’anni. Abbandono il corpo e mi osservo da fuori, ritrovando sul viso i segni di una stanchezza che non si chiama vecchiaia.

Che sia tutta una questione di somme, sottrazioni, potenze ed esponenti con risultati elevati alla seconda? Si intrecciano rapporti, si sciolgono legami, e molto spesso ci sembra di restare svuotati: senza nessuno da stringere tra le lenzuola la notte e senza un risultato concreto da stringere tra le mani di giorno. Si vivono giornate in simbiosi, si osserva chi si ama relazionarsi con il mondo, ci si scambiano parole e liquidi organici, si vive mettendo la propria individualità al servizio dell’altro, in un delicato gioco di equilibri dal quale non ci si dovrebbe distrarre mai.

Poi -per colpa di un destino che non seduce- si crolla. Mentre continuo a fluttuare a mezz’aria senza più essere capace di ritrovare me stesso, capisco che non esisto più così come ero abituato a conoscermi. Sono diventato la somma di due persone, o forse più. L’anima di chi ho incontrato si è fusa con la mia in un’irreversibile combinazione. Le smorfie involontarie, i gesti spontanei, l’assomigliarsi dei volti: testimonianze inconfutabili del vissuto di chi ha amato. Siamo il prodotto dell’amore, e la romantica presunzione che chi rivediamo in noi possa trovare specchiandosi il nostro sguardo nel suo, ci guida.

Le persone che incontriamo sono quindi il prodotto dei loro legami? Sono dunque a loro volta risultati e fattori di una precedente somma? Siamo costantemente tutti alla ricerca della combinazione chimica perfetta che scateni una re(l)azione gassosa? Mentre mi osservo, nel silenzio rotto dai rumori della città, mi chiedo se crescere non significhi fondersi, confondersi, concedersi, abbandonarsi, ritrovarsi, perdersi, prendersi e conoscersi.

In una parola, amare.

I ciclisti della domenica: concentrato di prepotenza, arroganza e scarsa capacità di immedesimazione nel prossimo

Il fatto che non prendano la bici per tutto il resto della settimana dovrebbe in qualche modo già essere un’indicazione molto chiara. Forse il fatto che la gran parte di loro sia solita muoversi in auto dovrebbe rappresentare un deterrente alla mal gestione che fanno -la domenica, su due ruote- della strada. Essendo sia automobilisti che ciclisti, potrebbero essere in grado di mettersi nei pani sia dell’uno che dell’altro. Invece no. In questa società tutti viviamo con ruoli interscambiabili, ma purtroppo il multitasking non è contemplato. Così, si finisce per guardare solo i propri piedi ignorando chi ci sta dietro (o a fianco, o davanti, o dove vi pare).

Solitamente quando esci di casa la domenica mattina -in auto- guardi sorpreso il sole di un autunno ancora troppo caldo e respiri a pieni polmoni l’aria che sembra improvvisamente meno inquinata e più accomodante per le nostre narici.

Senza preavviso, senza possibilità di replica, arriva uno sciame di vespe incarognite che ronza fastidioso a fianco della testa, ancora rincoglionita e assolutamente impreparata al rientro alla realtà che solo un caffè fumante potrà concederci. Sembrano moltiplicarsi come gremlins e dal lato della strada si spingono sempre più verso il centro, arrivando a impegnare completamente la carreggiata. Parlano tra loro dimenticandosi della società, ridono, spensierati, senza rendersi conto di ciò che sono in realtà: un tappo. Così, la domenica, nota da secoli come momento di scorrevolezza stradale, diventa una lunga, impercorribile, corsia congestionata.

La capacità di immedesimazione nel prossimo -che spesso non è altro che una proiezione di noi stessi in un momento diverso da quello che stiamo vivendo- ci salverebbe da tanti disastri e -a parer mio- renderebbe più scorrevole il traffico. Quello stradale, ma soprattutto quello della vita.