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Ci si innamora delle persone sbagliate perché quelle giuste sono già impegnate con le altre persone sbagliate

Tag: consapevolezza

Sentimentalmente impotenti (trascurabili mancanze)

È davvero necessario avere qualcosa in comune con chi ci piace, per poter avviare una nuova relazione? Forse è più sensato pensare che ad avere qualcosa in comune tra loro debbano essere le persone che ci piacciono. Se fossero invece le mancanze a fare la differenza? Inestirpabile, l’ostinazione di chi continua a cercare le persone giuste nei luoghi sbagliati (o nei corpi sbagliati). Proviamo a prendere le distanze dal passato, ma poi ricadiamo negli errori di sempre, provando ad affiancarci a un’altra persona – giusta e sbagliata – esattamente come quelle che ci sono state prima. Siamo la somma delle nostre esperienze, successi e fallimenti. Ci piacciono le persone con le quali soffriamo solo per avere qualcuno cui dare la colpa?

Ci ho provato, mille volte e più, a cambiare rotta, ad aggiustare il tiro, a ridimensionare le richieste, senza mai scendere veramente a compromessi; perché la felicità è una sola e non è negoziabile. Con certe persone si genera una strana energia. Frizzante, inebriante, al tempo stesso evanescente. Se ne diventa dipendenti. Si baratta la lucidità per l’emozione. Innovativo sport estremo – ma già démodé – e alla portata di tutti.

Perché sentiamo la necessità di trovare un colpevole contro cui accanirci quando si tratta di esaminare le nostre relazioni? Temiamo un rimprovero? Un monito per le inadempienze? Non ci perdoniamo mai nulla, ma spesso in amore – così come non esistono vincitori e perdenti – non esistono colpevoli contro cui scagliarsi. Si rimane soli, con il tempo a fare da giudice, così inefficacemente neutrale e così inavvertitamente spietato.

Ad accomunare le persone sbagliate – puntualmente fuori luogo – c’è il loro essere inappropriate, il loro essere sentimentalmente impotenti.

E ci siamo noi.

Non scambiare la solitudine per indipendenza e non diventare dipendenti dalla solitudine (2016)

Ci sono giorni in cui, camminando per le vie del centro o seduto a sorseggiare caffè in un qualsiasi bar di Milano, mi sembra di riuscire a vedere solo loro: le coppie. Affiatate, innamorate, appassionate. Loro, ed io.
Al riparo da ogni patetico e pindarico volo romantico, mi gusto l’indipendenza: senza zucchero e costantemente bollente.
La solitudine non è una conquista, ma il risvolto di una medaglia vinta per coerenza con il proprio personaggio.
Il mio personaggio scrive canzoni (anocoluti musicali), scrive sognanti lettere d’amore a sconosciuti, scrive per una rivista indagando le più strane abitudini sessuali degli uomini, scrive sms troppo indecifrabili per essere definiti short, scrive sul blog e occasionalmente scrive anche sui muri.
Scrive.
Stavo raschiando il fondo del barile della mia non-storia con il Cinghia, perché anche se ormai era stato già detto tutto (ovviamente era bastato pochissimo) avevo voglia di scrivere. Resto sempre sorpreso quando partorisco brillanti cascate di parole partendo da avvenimenti che per lo più si verificano solamente nella mia testa.
Quasi infastidito dal continuo andirivieni delle reali o presunte coppie che sfacciatamente mi si palesavano davanti agli occhi senza alcun ritegno, ho mandato a fanculo l’idea dell’ennesimo lamento e ho preso un foglio bianco. Ho tracciato una linea e l’ho datata, anno per anno, dal 1984 ad oggi. È soprprendente vedere come le cose più importanti – pure e soprattutto quelle vissute in coppia – vengano in realtà percepite individualmente. Noi siamo uno.

E se l’indipendenza è per alcuni un vanto – uno scettro da mostrare, un certificato di proprietà della propria vita, il premio conseguito dopo anni trascorsi sopportando la stronza di turno scelta in tempi in cui tutto era diverso – per altri è solo solitudine. Diventa un atto protettivo, che allontana dalla realtà e costruisce altro. Casseforti a combinazione grandi abbastanza da contenere una vita. E se è troppo, si lascia fuori qualcosa, anche se generamente non si riesce mai a lasciare fuori quello che si vorrebbe. Su un’isola di Sant’Elena improvvisata un po’ dove si vuole, gli episodi con gli epiloghi drammaticamente inaspettati diventano gli argini dell’esilio. Ma che noia.

Compito dell’immaginazione è la redenzione della realtà diceva Dávila.

L’importanza delle cose che amiamo fare

Non potevo fare a meno di domandarmi se fosse stata una buona idea mostrare (a prescindere) tutto quell’entusiasmo con i ragazzi del trucco & parrucco, tant’è che nervosamente cercavo una qualsiasi superficie riflettente per guardare ancora una volta i capelli, prima della trionfale uscita da “ospite fuori gara” sul palco del Gala di Castrocaro. Mentre respiravo la tensione degli altri – riportandomi inevitabilmente a più di dieci anni prima – gustavo con il sorriso la mia serenità, frutto di un miscuglio di esperienze e situazioni troppo complesso per essere sintetizzato in una frase.

Tra un ospite e l’altro, c’erano dei ragazzi piuttosto bravi a contendersi l’unico posto rimasto per la finale. Lo facevano con determinazione, ma senza accanimento. Voci acerbe ma precise, superficiali ma indiziarie di qualcosa d’altro ancora inconsapevolmente nascosto. Una generazione diversa. Io invece ascoltavo le divas: Patti LaBelle, Aretha Franklin, Whitney Houston… e a diciotto anni la mia voce aveva assorbito talmente tanto da risultare pregna di fin troppa personalità. Esageravo sempre. E ci credo: avevo un tale casino dentro. E pure fuori, a pensarci.

Basito dalle domande decisamente poco spontanee del presentatore, sorridevo, ma continuando in realtà a chiedermi come fosse possibile che lui – vestito di tutto punto – non sudasse minimamente, mentre io – quasi nudo – sentissi secondo dopo secondo il corpo sciogliersi sotto i riflettori. Non c’è stato tempo per preparare un pezzo nuovo, così, mentre passavo all’inciso principale di Dopo Di Te, lasciavo che gli archi sintetizzati mi riportassero con un crescendo fatto di mancanze a emozioni che ora non chiedono più di essere urlate. Ci sono canzoni che scrivi per mero bisogno, buttandoci dentro tutto te stesso, ma che solo quando te ne allontani comprendi fino in fondo, restituendo loro l’intensità esatta di cui hanno bisogno per risplendere.

Mentre intonavo un gospel, mi sembrava di aver fatto un incantesimo alla platea. Con oscillazioni vocali quasi orgasmiche improvvisate sul coro del brano, sentivo tutti gli occhi puntati su di me. Mi sembrava di poter sentire il rumore delle labbra mentre si schiudevano liberando i sospiri. Il palco ti isola, ti eleva, ti espone e in un certo senso ti protegge: è una sorta di amante geloso, possessivo, ma al tempo stesso permissivo e provocatore. Ed è stato più o meno in quella manciata di secondi prima delle ultime frasi che mi sono reso conto di quanto mi sentissi bene e appagato.

Non dovremmo mai dimenticare cosa ci fa stare bene. Dovremmo smetterla di essere noiosi e lamentosi, cercando di ridere di più, senza pensare alle conseguenze e senza dar peso a quegli “ipotetici futuri” che generalmente non prendono nemmeno forma, se non come detrattori di un presente che, consumato, comunque non torna.

Lupi Solitari

Una fumante colata di asfalto nera come pece questa mattina ha finalmente ricoperto la strada. Ora che è buio, il cielo e la terra sembrano fondersi in un plumbeo continuum, tetro ma affascinante. Cammino solo, senza fantasmi e senza ombre. Milano è deserta e mi piace. Me la voglio godere ancora qualche giorno, per raccogliere i pensieri e scrivere. Prenderò poi l’auto, e senza un programma troppo preciso me ne andrò via per un po’; come i lupi solitari: figure appartenenti a una mitologia urbana dai contorni sfocati e seducenti.

È così diverso l’amore dei trent’anni. Cose che prima avresti considerato indispensabili non lo sono più, mentre altri dettagli diventano importanti più che mai. Ami senza paura di niente e di nessuno, senza aspettare risposte e senza fare domande. Ci sono pomeriggi impregnati di un indecente erotismo mai squallido, e la consapevolezza che se lo fossero stati, sarebbe stato senza dubbio più facile. Ma non resisti, e così continui a dare tutto, senza esitazioni o ripensamenti, in bilico sul ciglio dell’ignoto.

Sorridi di fronte a una generazione di quarantenni terrorizzata all’idea di qualcuno in grado di destabilizzare quel rassicurante misto di equilibrio, libertà, indipendenza, conquistato a fatica e che guai a chiamarlo rinuncia. Ti accontenti delle periferie delle relazioni – ma solo perché stai bene tu – conscio di saper negoziare un amore, quando sarà. E sarà con chi – guardando gelosamente oltre le proprie imprescindibili necessità – ti troverà speculare, capendo la tua necessità di camminare da solo, la notte, in una Milano deserta, senza più né fantasmi né ombre.