Vale tutto (ma fino all’amore)

di Andrea Dévis

Non è facile la vita dei single poco più che trentenni. E in una città come Milano – dove se ti guardi attorno vedi per lo più persone impegnate a guardare se stesse – interpretare la realtà può risultare complesso. L’interpretazione, non certamente la realtà. La realtà è semplice, tutto sommato.
La fluidità degli zuccherosi film americani è pura finzione, e auspicando quella stessa chiarezza si finisce il più delle volte per mescolare carte già giocate: pochi cuori, tanti picche, qualche fiore, re o regine spaiati, e nessun jolly da giocare. L’asso nella manica è rappresentato dall’elasticità mentale di chi non si ferma disperatamente in cerca di un nome, o di un melenso confine entro il quale stare. Sì, perché le relazioni funzionano bene pure quando non hanno un’etichetta. In amore (o quello che è) non avere né casato né libretto di istruzioni rende le cose scivolose, capaci di mutare da giuste a sbagliate e viceversa, con sconcertante rapidità. Dunque, vale tutto.

Ci si erige a paladini della libertà, fino a quando ci si accorge che non si sa dove andare. Credo sia ridicolo frequentare persone nell’attesa che le cose diventino importanti. Tutto è importante, nel momento stesso in cui lo viviamo. Quando per qualcuno diventa difficile non pensare alla programmaticità di futuri fotocopia – scopiazzati dalle pagine di un libro, dai film di cui sopra o semplicemente spiando dalla finestra di casa propria – sarebbe bene ripensare ai vantaggi delle non-relazioni.
Bisognerebbe accanirsi sul presente così come ci si accanisce su quel futuro farcito all’inverosimile di aspettative. Che poi – tanto si sa – non arriva. E se arriva, non è mai come ce lo si aspettava.
Per fortuna. Altrimenti, sai che noia.