Unioni (in)civili

di Andrea Dévis

Unioni civili. Sì.

Ma la verità è che alla maggior parte dei gay non interessa sposarsi, quanto più l’idea di poterlo fare. Siamo circondati da persone incapaci di gestire il profilarsi di una relazione, figuriamoci se credo alla cazzata che qualcuno voglia prendersi la responsabilità del doversi impegnare in un matrimonio (o succedaneo).

Tutto sommato, questo non è altro che il mio specchio; Riflette una realtà deforme, dai contorni sfocati e dagli indefinibili capitoli di sottotesto che non ho nemmeno più voglia di scrivere. Perché si sa: ci si innamora delle perversioni (fisiche o mentali, non c’è confine) ma si è sempre pronti a prenderne le distanze nel momento in cui iniziano a invadere quella rassicurante placenta che chiamiamo quotidianità.

Ti fanno sentire una puttana, e inavvertitamente diventi la loro trasgressione. Con cui stare bene, con cui essere se stessi. Oltre le domande, tra le lenzuola, in mezzo agli impegni, oltre le richieste. Ci si può innamorare senza avere il peso di doverlo dire. Innamorarsi di una puttana, imparare a stare bene, correre a sposare una santa.

Quindi sorrido, nella speranza, un giorno, di poter anche io “incastrare” uno di quei brillanti e fighissimi quarantenni nei quali inciampo scorrendo la lista delle ultime chat di WhatsApp. Paladini di diritti di cui non usufruiranno mai.

È caccia aperta.