L’antipatica questione della cena fuori

di Andrea Dévis

Il palco questa sera era distante. Più distante del solito, quasi avvolto dalla nebbia. Nonostante la prima fila, mi sentivo altrove. Ho bevuto con parsimonia il mio drink, assicurandomi un fondo sufficiente a garantire qualche sorso per i momenti di imbarazzo. Ma palco è solo un sinonimo di vita, e non importa in quale fila tu sia: se non ci sei sopra, con l’occhio di bue puntato su di te, non sei nel posto giusto.

Le relazioni sono un po’ come dei palcoscenici, e quando qualcuno ti vuole al suo fianco – ma confinato nell’ombra di un dietro le quinte qualsiasi, magari con altre comparse – non ne vale mai la pena. Nemmeno quando coscienziosamente ti imbrogli raccontandoti che da lì a poco ci sarà la tua entrata in scena da protagonista assoluto: trionfale e indimenticabile.

C’è poi l’antipatica questione della cena fuori, la mia moderna cartina tornasole per i rapporti. Basta solo menzionarla lontanamente, ed ecco che si assiste a misteriose sparizioni che neanche a X-Files negli anni novanta. A volte è capitato che fosse qualcun altro a ventilarla, millantando luoghi e ristoranti dalla discutibile nomea – non vanno bene per te – quando poi mi sarebbe bastata una serata a guardarsi negli occhi davanti a un bicchiere di vino bianco e a un piatto di pasta rossa.

Non resto certamente a digiuno, se non da quelle attenzioni che per qualcuno potrebbero essere considerate meramente accessorie. Ma non per me, non per noi soldati dell’amore.

E pensare che mi troverebbero proprio lì: tra il bicchiere di vino, la pasta, la crostata al cioccolato.

Sorridente, affianco alla felicità.