La poetica dell’illusione

di Andrea Dévis

Un’altra notte trascorsa a rimestare parole e stati d’animo, traducendo in note l’incontro tra l’emozione e la voglia irrefrenabile di raccontarmi. Intrappolate lì – tra le righe del pentagramma – ci sono molte altre notti: alcune perse alla ricerca di risposte, altre consumate dall’euforia, e altre ancora semplicemente interlocutorie. Tra futuri e passati confinanti. Rientro a casa e osservo Milano. Ogni anno mi distraggo per qualche attimo, e maggio riempie gli alberi di foglie verdi. Cos’altro può essermi sfuggito? I gatti della colonia sembrano sempre così vigili. Puoi provare a chiamarli, ma non è detto che si avvicinino alla cancellata. Mi piacciono perché sono sinceri e non si sforzano di piacere a tutti i costi. A volte immagino di camminare con loro sul cornicione di qualche palazzo: perfettamente in equilibrio e al di sopra di qualsiasi cosa.

Quando rientro a casa molto tardi, o quando mi sveglio nel cuore della notte, non resisto alla tentazione di spiare dalla finestra. La notte appartiene ai sogni, alle aspirazioni, all’inquietudine e ai gatti. Osservo la strada: finalmente inizia a prendere forma, e nel primo tratto sono stati piantati addirittura degli alberi. Non c’è mai quasi nessuno che cammina, così inizio a fantasticare. Ci sono passi che mi piacerebbe ricalcare, e orme inedite che invece non vedo l’ora di lasciare nel terreno.

Penso alle persone, e alla loro incredibile capacità di costruirsi vite all’insegna delle illusioni. La forza di una menzogna nella quale si è i primi a credere, è incommensurabile. A volte poi, una menzogna può essere perpetrata al punto da diventare la realtà. Il concetto di verità è dunque caduco, labile, forse desueto. Bisogna essere però bravi, e capire quando un’illusione ci appartiene e quando invece è quella di qualcun altro.

Le persone libere possono essere felici.