Oltre, cosa c’è?

di Andrea Dévis

Questa mattina mi sono svegliato e guardando fuori dalla finestra ho ritrovato Milano nuovamente grigia, accarezzata da quella specie di pioggia che non senti ma ti bagna. Ho preso una manciata di ore per sistemare uno scritto, ascoltare un po’ di musica e farmi un bagno bollente.

Ho una voglia implacabile di andarmene. Per una settimana, un mese, forse per sempre. Io, che sono sempre stato così terreno e legato alla quotidianità. Poi penso ai problemi – parte imprescindibile della personalità – fedelissimi, pronti a seguirmi ovunque. Ma la mia non è voglia di fuggire. Ho conosciuto l’amore – sono un consapevole privilegiato – di quelli resistenti e infiniti, ma anche mutevoli e poi ammansiti. Sono stanco e non abbastanza: i miei trent’anni mi spingono a volerne ancora. Come uno schiaffo la solita domanda mi cade addosso, e le mani convulse spurgano attraverso la scrittura frasi che tenute dentro portano nausea. Quanti amori ci sono concessi nella vita?

Ho collezionato un’amore totale che ha prosciugato tutto di me e si è trasformato in una tacita e costante presenza. Sono poi anche scivolato in una pozzanghera dove si rifletteva il volto di qualcuno: ho creduto di toccarlo, ma avevo soltanto le mani nel fango.

Oltre, cosa c’è?