Retrogusto dolce-amaro

di Andrea Dévis

È stato un anno impegnativo. Forse ho quasi esaurito le parole. Non è successo molto. Nulla di straordinario. Ho bisogno di cose straordinarie: ho bisogno di sentirmi capace di far accadere cose straordinarie. Ho voglia di rendere straordinario il quotidiano per qualcuno. Ho voglia di qualcuno che si emozioni, e che non abbia paura. Ho voglia di qualcuno che mi impedisca di essere sempre io quello forte.

Mi sono trovato a fare a botte con il bisogno di amare, di sperare. Ho vomitato desiderio sull’immagine di uno sconosciuto, sbiaditasi il nove giugno lungo un piccolo viale affollato da trifogli verdissimi. Ho intasato i pensieri e le pagine con il suo riverbero.

È stato un anno di lacrime, scese dagli occhi ma anche in flacone. Un anno in cui ho messo da parte la razionalità. Mi sono ammalato e poi ho provato a guarire, con il solito antidoto: le parole scritte e composte di notte, quelle messe da parte e poi prepotentemente tornate per un verso che pareva impossibile concludere, quelle improvvise, appuntate davanti al rosso di qualche semaforo. È stato l’anno dei viaggi in auto, degli orari assurdi e degli occhi bagnati: le lacrime piante mentre corri in autostrada non appartengono a nessun luogo, e quindi cadono, ma non esistono. È stato l’anno della musica di Sade, e di Anita Baker.

Mi sono trovato a dover gestire la dicotomia tra le parole e il sesso, e quella tra le proiezioni della mente e la realtà. Ho scolpito nell’asfalto immagini di giorni passati, senza riuscire più a cambiarne la forma.

È stato un anno di assenze presuntuose. Un anno in cui mi sono trovato da solo nel letto, impregnato di momenti troppo brevi per essere considerati qualcosa. Un anno di schegge. È stata l’annata dei vari non mi importa sapere quanto resterai ma avere la certezza che tornerai e di altre frasi ridondanti che in quei momenti erano però l’unica cosa giusta da dire. È stato l’anno della lettera che non consegnerò mai, e delle scuse per aver creduto a parole che mai mi sono state dette. È stato l’anno delle scuse a me stesso, per essere stato sempre così severo e intransigente nei confronti di quello che faccio.

Non so se abbia imparato qualcosa da tutto questo – forse non tarderò a scoprirlo – ma penso di essere pronto a ripartire. Proviamoci.