Ogni tanto guardo ancora fuori dalla finestra

di Andrea Dévis

Ogni tanto guardo ancora, fuori dalla finestra. Ritrovo la tua immagine: sei lì in piedi che mi guardi, mentre sorridi con gli occhi e le labbra. Non so nemmeno se sia successo davvero, o se si sia trattato dell’ennesimo frame rubato alla mia fantasia.

Mi sento così stupido. Scrivo i pensieri e mi sento in colpa per non riuscire a recuperare l’impeccabile razionalità per la quale tutti mi hanno sempre ammirato e criticato. So che non dovrei pensare e non dovrei scrivere, ma poi lo faccio lo stesso. Mi sentirei ridicolo se tu leggessi queste righe. È una cosa tutta mia. È sempre stata una cosa tutta mia.

Ho passato troppe notti domandandomi il perché di quell’interesse ingiustificato nei tuoi confronti. Non capivo come fosse possibile perdere la testa per qualcuno che a conti fatti nemmeno conoscevo. Poi è stato tutto chiaro. In uno di quei viaggi in auto, sotto alla pioggia, mentre Milano è magicamente immobile, ho capito che eri un simbolo. Io sono l’ambasciatore delle lacrime mai scese, ma tu probabilmente sapevi sintetizzare i miei bisogni. Anche io ero un simbolo per te.

Ricordo un martedì sera. Ti ho aperto la porta, e senza quasi nemmeno parlare ci siamo baciati, lì, sull’uscio. E poi sul pavimento. Tra i vestiti. Sul marmo freddo della cucina. Ricordo esattamente le tue mani, potrei disegnare il loro percorso su di me, con precisione. Ricordo quella sensazione di felicità spiazzante, nella quale mi piace crogiolarmi ogni tanto, anche se fa male. Un po’ mi piace farmi male con il pensiero di te. Sei una lama affilata che si impone tra le ore e i minuti, senza preavviso, in silenzio. Ricordo quando un pomeriggio ti ho salutato, trattenendo un pianto che non saprei collocare nella scala degli stati d’animo: forse felicità, paura, o qualcosa a metà tra i due. Ho chiuso a chiave e mi sono voltato, appoggiando la schiena sulla porta, scivolando fino a terra, e restando lì per qualche minuto. Avevo bisogno di sentire la terra sotto ai piedi.

Non sei stato che una briciola nella mia esistenza. Impalpabile, ormai dissipato: è il tempo che abbiamo vissuto insieme. Non so chi tu sia, non l’ho mai saputo. Nascondi parte di quello che sei in un cono d’ombra. Lo nascondi a te e agli altri. Ho avuto la presunzione di pensare che la tua bellezza appartenesse anche alle cose che non lasciavi emergere. Non ne sapevo nulla, ma forse sarebbe andato bene tutto.

Ogni tanto guardo ancora, fuori dalla finestra.