Tornare indietro per commettere un errore a volte è l’unico modo per andare avanti

di Andrea Devis

È stato calunniato. C’era da aspettarselo. In una società dove si viene cresciuti tra costanti raccomandazioni e ridondanti istruzioni su cosa fare e cosa non fare, l’errore è diventato il nemico da combattere, la scivolata da non commettere. Sempre in buona fede, ovviamente. Ci si affida a chi -in teoria- dovrebbe saperne più di noi, accogliendo esortazioni e ammonimenti con fiducia, facendone tesoro per le nostre esperienze. In verità però le situazioni che viviamo non concedono il lusso di poter fare totale affidamento su massime maturate da qualcun altro. Il buon senso ci guida verso la soluzione migliore, o verso quella che noi crediamo essere la migliore, mentre facciamo uno slalom psicologico tra pareri, paure e azzardi forse troppo romantici.

L’errore non è un nemico, e sovente è l’unica alternativa all’apatia e alla staticità dello spirito. Le persone alla lunga si rivelano per quello che sono: sia che si tratti di grandi amici o di rinsecchite teste di minchia. Certo, si rimane delusi, ci si sente anche usati e strumentalizzati, feriti; ma senza dubbio scegliere di vedere è sempre la soluzione migliore. Le fantasie vanno bene, ma a volte è necessario che le cose accadano davvero. Io sono per la riclassificazione degli errori, perché se non ne commettessimo mai, sarebbe veramente difficile andare avanti e diventare -anche se non sempre ce ne accorgiamo- persone migliori.

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