L’eleganza dell’assenza

di Andrea Devis

Chi non c’è, o meglio ancora chi non esiste, ci fornisce l’alibi perfetto per l’immobilità: del cuore, del corpo e dello spirito. Non possiamo pretendere di riuscire a trovare qualcuno fin quando continueremo a considerare “l’altro” come un’ancora di salvezza, elemento indispensabile per la felicità. L’errore è la visione strumentale del rapporto: grande amor proprio (o forse, un più semplicistico narcisismo) e poco amore per l’altra parte, destinata a essere non un fine ma bensì un mezzo, necessario per condurci a quella parvenza di serenità che altrimenti non sapremmo raggiungere.

È un’ovvietà, ma è così: è più difficile stare bene con se stessi che con qualcun altro. Se non sei sereno tu, come puoi impostare un rapporto a due (o a tre, o a quattro, o più universalmente con l’intera società che ci circonda) veramente sano? Non si può scaricare sulle persone con le quali stiamo l’impegnativa responsabilità del nostro “stare bene”.

La predilezione a rapportarsi con persone irrisolte, irraggiungibili o talvolta addirittura inesistenti (che potremmo anche far rientrare nel girone delle persone sbagliate) è un chiaro esempio del desiderio di sentirsi vivi. Se sei avvezzo alla sofferenza, è rassicurante trovartici in mezzo: ne conosci le dinamiche e muoverti in quel territorio costituisce qualcosa di spaventosamente familiare. Per questo molte persone -dopo essersi liberate di una situazione complessa- riescono a lasciarsi andare solo innanzi a un’altra situazione ancora più complessa e con una prospettiva decisamente poco rosea.

Settimana scorsa una persona mi ha detto: “tu non vuoi essere felice, altrimenti smetteresti di inseguire persone così problematiche e con le quali chiaramente non c’è futuro. Vuoi essere salvato e allo stesso tempo salvare, nell’illusione che chi ti piace possa improvvisamente cambiare grazie a te”. Il desiderio di onnipotenza è abbastanza lampante, e anche la ricerca di quella sofferenza che sa far sentire vivi più di ogni effimera felicità. Ho sempre chiamato tutto questo “fottutissimo romanticismo”.

Soli sì, ma con responsabilità.

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