Il dittongo d’amore

di Andrea Devis

C’è una grammatica particolare, quando si parla d’amore. Una grammatica fatta di regole, eccezioni e punteggiatura.

Pensare ad amare, ad esempio, è sbagliato. Non bisogna pensare ad amare qualcuno. Ragionare su come declinare un sentimento è un errore. Si ama e basta, senza pensieri e senza dubbi sul come fare o sul quando fare.

Ci sono parole che non si possono dunque accostare: “amore” non può essere né preceduto né seguito dalla parola “compromesso”. Grammaticalmente non ha senso, e per di più fa cagare pure a livello fonetico. Ci sono poi errori molto comuni, che tutti commettono, purtroppo quasi accettati nel parlato volgare (ma la volgarità non è mai cosa buona). L’errore più comune è quello di scambiare i “ti amo” con i “vaffanculo”: pericolosissimo, e non così insolito.

Problematici i tempi verbali. “Amare” non è coniugabile al futuro. Se non ami adesso, subito, o quasi subito, difficilmente amerai dopo un anno. Per quanto riguarda l’analisi logica, so che alcuni studiosi ci stanno lavorando, ma senza grandi risultati: pare che in amore non ci sia logica.

“Amore” è nome non comune di persona; non è né maschile né femminile, ma detto ciò non si può nemmeno affermare che non abbia sesso (anzi, ne ha tantissimo in molte sue espressioni). A volte è in terza persona singolare, altre in seconda persona plurale, ma pur non mutando così drasticamente nella forma, ci sono declinazioni più scorrevoli e altre -non meno nobili- decisamente più desuete.

Gli “amori” non fanno mai rima con i “cuori”; solitamente formano invece rima baciata con “teste” (in molti casi seguite dalla specifica “di minchia”).

Parliamo della punteggiatura. Per chiudere un periodo serve necessariamente il punto a capo (e tanta determinazione). I punti esclamativi si usano pochissimo, ma in compenso i punti di domanda si moltiplicano a vista d’occhio. Le virgolette è meglio non usarle: creano solo ambiguità e altri punti di domanda. La virgola è una pausa; il punto e virgola è una pausa più lunga, che non lascia presagire mai niente di buono. I due punti sono utilissimi: servono per fare una specifica o per chiarire qualcosa, ma ovviamente sono usati pochissimo. I romantici trattini servono per gli incisi: sono cornici che proteggono qualcosa di speciale -ad esempio una frase bisbigliata piano- ma vengono usati poco, forse per mancanza di incisività da parte delle persone.

Sulle parentesi ho già scritto un intero articolo {non era affatto male [lo potete trovare seguendo questo collegamento (e attenzione alla musica, a volte rimane definitivamente imprigionata nelle parentesi)] anche se forse sono troppo di parte per giudicare con lucidità quello che scrivo quando sono coinvolto}, la cosa più importante da sapere è però una: non dimenticarsi mai che per quanto una parentesi possa essere bella, la vita è fuori. Solo noi decidiamo [quando ne abbiamo le palle (e anche su questo ho già scritto)] se essere onesti o meno (innanzitutto con noi stessi, poi, semmai, con gli altri).

Per quanto riguarda i contenuti -termine già di suo fin troppo ambizioso- posso portare l’esempio del fiabesco “e vissero tutti felici e contenti”, che come qualcuno ha fatto notare qualche giorno fa su twitter, nasconde una grande verità nella semplice omissione della parola “insieme”, lasciando velatamente aperta la possibilità che la storia si sia evoluta bene, ma senza il classico finale con la coppia felice.

Certo, creare un dittongo in amore è difficile, e solitamente a riuscirci sono proprio quelli che conoscono benissimo tutte le regole, ma che scelgono insieme di non seguirne nemmeno una.

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