Ordinary Love (l’abbraccio)

di Andrea Devis

Piove ormai ininterrottamente da quasi tre giorni, e mentre rientro in auto osservando Milano affogare nella notte, confondo i profili dei vecchi palazzi tra le note di Ordinary Love di Sade. Cos’è un amore ordinario? È vero quello che dice la canzone, ovvero che a volte si da tutto -anche magari andando oltre le proprie possibilità- oppure sono solo versi in musica? Mi domando se non abbia già perso tutto il mio slancio affettivo. Ne vale sempre la pena, quando ami. Consumarsi è prevedibile, ma rigenerare una vita carica di passione è complicato. Non sono rare le volte in cui guardandomi, mi domando se prima o poi riuscirò nuovamente ad amare qualcuno così come desidero. Togliersi le maschere, sciogliere ogni riserva, far cadere le lacrime, alzare le gote per sorridere, cercare un odore e desiderare un abbraccio. Quando provo a fare dei raffronti non penso mai al sesso, non rifletto su come le mani di qualcuno mi sfiorano, e non mi fermo a pensare all’intensità dei miei baci. Penso all’abbraccio, al desiderio che si raccoglie in un semplice e sottovalutato stringersi al collo di qualcuno. Quando mi capiterà di nuovo di portare -con assoluta sincerità- le mie braccia attorno alla vita, alle spalle o al collo di una persona, capirò che non solo sarò pronto ad amare ancora, ma che la mente e il corpo avranno già iniziato a lottare per stringere un pezzo del mio tanto agognato futuro.

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