Ci piacciono le persone che non conosciamo perché se le conoscessimo non ci piacerebbero più

di Andrea Devis

Resti così, con l’amaro in bocca, perché anche se sono passati mesi e mesi, ci pensi ancora. Non sempre, non con continuità, ma avverti comunque l’insinuarsi del fatidico “chissà come sarebbe stato se”. Sarebbe stato uno schifo e lo sai; perché non la conoscevi, quella persona. È quello che non vediamo, che ci frega, e che -alimentando un innato animo da sognatore celato da qualche parte- ci fa sperare che il lato buio di una persona sia la cosa migliore che ha, e che per qualche strano motivo ancora non ci ha voluto mostrare.

Trovi una persona che ti piace -tanto- ma della quale sai poco, pochissimo. Anziché cedere a un lecito scetticismo, cedi -sopravvalutandoti- a quello che credi essere un quasi paranormale intuito, ma che invece sarebbe più corretto definire semplice mancanza di razionalità. Si tende a credere che tutto sia perfetto, ineccepibile, su misura per noi – ma solo perché non lo vediamo.
Se quindi tendiamo a idealizzare chi conosciamo poco, cosa succede se il rapporto andando avanti ci svela caratteristiche che mai avremmo contemplato nella nostra visione perfetta dell’altro? Meglio dunque una troncatura sul nascere che alimenta sognanti ma erronei “chissà come sarebbe stato se” oppure una sberla di razionalità a(i) posteriori?

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