“diffida sempre da chi ha piedi troppo piccoli”

di Andrea Devis

In un quasi impressionista stralcio di verde cittadino, guardo le guglie del Duomo spuntare da dietro i tetti dei palazzi di stampo fascista, mentre impressionato siedo su di una panchina.

“A me piace questa città. Mi è sempre piaciuta. Puoi apprezzarla solo se sai guardare dimenticandoti del resto. Non è sfacciata, non è ruffiana; questa città è per chi sa andare oltre, è per chi ama i dettagli”. Appena finisce di parlare, sorrido compiaciuto all’anziano signore seduto a fianco a me. Indossa un paio di pantaloni blu, un maglione bianco e una giacca beige. Al collo  ha una sciarpa di seta finissima e sul bordo della panchina ha appoggiato un bastone da passeggio, ricavato da una grossa radice presa chissà dove. “Il bello della città è la sua duplice anima: se vuoi sentirti solo, lei ti concederà un angolo in cui stare per conto tuo, ma quando tornerai a vedere con la coda dell’occhio angoli nei quali hai vissuto stupidi momenti trascurabili, ti ricorderai che lei è sempre stata lì, testimone di capitoli con forse pochi paragrafi, ma nonostante tutto incancellabili”.

Mi guarda con un intonato controcanto di sorrisi in risposta ai miei. Ha gli occhi di chi è arrivato alla fine senza lasciarsi indurire troppo dalla vita. Ha un fisico tutto sommato esile, la carnagione chiarissima e pochi capelli bianchi ma distribuiti con regolarità. Prende la sua sporta di tela bianca ed estrae una scatolina di plastica con due scompartimenti: uno pieno di ciliegie nere, l’altro vuoto. Riprende: “Qui ho fatto tante cose. Ho fatto diventare serenità il nevrotico e incurante scorrere del tempo”. Intanto lo scompartimento vuoto si riempie di noccioli di ciliegia. “Cosa avrai adesso, su per giù venticinque, ventotto anni?” mi domanda senza darmi possibilità di replica. “Sei in quel periodo in cui si ha paura del futuro a giorni alterni. Hai conosciuto l’amore e te ne sei riempito le ossa fino a star male. Ora temi, tremi e tedi. Stai cercando di fare chiarezza ma probabilmente non ne vale la pena: la luce che si fa di notte, per quanto forte, serve solo a rendere un’idea di quello che si vedrà con il sorgere del sole. Hai troppe aspettative, idealizzi troppo, hai schemi rigidi e improvvisi poco”. Schiudo le labbra come per dire qualcosa ma il suono non esce.

“La vita ha ancora tempo per sorprenderti, non metterle fretta. Tanto non ti ascolta” e conclude la frase con una risata asciutta e piena di sibili acuti. Dopo qualche istante di silenzio, con le prime sillabe quasi afone, mi sussurra un’altra frase: “Ho avuto la fortuna di incontrare persone straordinarie; non devi temere la solitudine, quella la teme solo chi non sa cogliere e apprezzare l’unicità del singolo essere umano”. Mentre mi tolgo una foglia secca dalla spalla, penso alla città e ai suoi abitanti. Penso alla mia vita e alle persone che l’abiteranno.

Il vecchio si è sporto in avanti, appoggiandosi al bastone. Guarda l’orizzonte, e senza rivolgermi gli occhi continua: “Non è stato sempre facile. Ammiro chi riesce a fare della propria passione un lavoro. Sono sempre andato in quella direzione, senza mai concedermi scappatoie o strade alternative, che tanto poi si sarebbero rivelate dissestate, sconvenienti e pericolose. Devi ammirare chi riesce a vivere d’amore. Diffida sempre invece da chi ha mani e soprattutto piedi troppo piccoli”. Cerco di guardare i suoi occhi per capire. “Amerai. Troverai la stabilità che cerchi e l’amore di un essere umano, di un gatto e di un luogo. Ti ricrederai, scioglierai le tensioni, guarderai oltre i tuoi stupidi limiti e imparerai che la felicità non è pianificabile. Ti sorprenderai di quanto possa essere faticoso il cambiamento, e di quante poche volte lo si desideri davvero. Ti sorprenderai delle tante donne che si faranno tenere per mano senza volere niente in cambio. Ti sorprenderai nel rivederti a settant’anni con gli occhi di chi è arrivato alla fine senza lasciarsi indurire troppo dalla vita. Ti sorprenderai scoprendo che la serenità può essere nascosta in una manciata di ciliegie nere”.

Un poco distratto da quelle parole, dimentico chi sono. Gli occhi del vecchio, color nocciola, sono come i miei. Le sue mani si sovrappongono alle mie confondendosi. Il rumore della sua voce è fuori e dentro di me. Gli occhi mi bruciano: sbatto le palpebre e sono solo, in un quasi impressionista stralcio di verde cittadino, fermo a guardare le guglie del Duomo spuntare da dietro i tetti dei palazzi di stampo fascista.

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