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Soli, responsabilmente

Mi stavo domandando: fino a che punto si può arrivare per paura di restare soli? Quali e quanti compromessi siamo disposti ad accettare pur di diventare la metà di una coppia? In un paese dove l’apparenza e la finzione sembrano gli unici ideali condivisi e rimasti validi, come dobbiamo comportarci quando ci troviamo di fronte a una persona che potrebbe essere quella giusta ma che -per una serie di motivazioni il più delle volte sconosciuta- non fa scattare in noi la passione e il desiderio? Siamo abituati a fingere (una simpatia, uno stato d’animo, un appagamento sessuale, etc.) ma siamo capaci di fingere un sentimento? Sembra che essere single per molta gente sia diventato un problema, tra porzioni di surgelati tarate per due, continue offerte di week-end romantici per coppie e inviti a cena da parte di amici sposati che non perdono occasione per provare a piazzarti con qualcuno (o per raccontarti di quanto sarebbe bello poterti piazzare con qualcuno).

La vera domanda credo sia un’altra: stiamo veramente così male da soli? La gente si lascia e si fidanza nuovamente con una rapidità sconcertante, per paura di doversi ritrovare a fare i conti con se stessa, con i propri limiti e con l’incapacità di vivere un rapporto sereno in autonomia. Ma è tanto scontato quanto vero dire che per avere un buon rapporto di coppia bisogna partire da un ottimo rapporto con se stessi. Vanno valutate le alternative. A Milano non c’è molta scelta, ed è complicato trovare qualcuno che ti piaccia e ti faccia scattare la voglia di andare oltre una bella cena o un paio di chiacchiere. La grande scommessa è trovare qualcuno in grado di intrigarti e al tempo stesso appartenente alla categoria giusta, ovvero: ho una buona posizione lavorativa, cultura e interessi validi, vado in palestra, mi tengo bene, sono presentabile e tra le mie intenzioni c’è quella di costruire qualcosa non a scadenza prossima. Di persone sul genere ne sono rimaste pochissime; se pensi che hai avuto la fortuna di conoscerle -e non ti hanno fatto scattare quel non so ché indispensabile per avviare una relazione- non puoi fare altro che sentirti totalmente fottuto. Non tiriamo nemmeno in ballo la possibilità -per altro tutt’altro che remota- che si possa anche non piacere ai cosiddetti soggetti perfetti.

L’altra sera, mentre eravamo fuori a bere, io e Sam ci siamo persi tra domande e statistiche riguardanti le persone giuste e sbagliate. Mentre mi raccontava della sua ultima conquista amorosa -chiedendomi consigli che data la mia millantata esperienza avrei dovuto dispensare con più sicurezza- ci siamo soffermati su un dato interessante. Mi raccontava che su una stima di persone con le quali ha condiviso il letto, circa l’ottanta per cento è composto da soggetti con i quali difficilmente si farebbe vedere in giro, il quindici per cento è la percentuale di gente interessante e che sarebbe valsa la pena frequentare (se solo la cosa fosse stata reciproca) e il restante cinque per cento è quello dei volti da copertina, quelle facce (e quei corpi) che difficilmente dimentichi e che ti fanno sentire una persona fortunata (e arrapata). È davvero quindi tutta una questione di gerarchie? Forse sì, ma non dobbiamo dimenticare che per qualcuno potremmo essere noi i rappresentanti di quel cinque per cento. Quindi si ritorna al punto di partenza: la compatibilità. Se con le persone sbagliate è impossibile creare un qualsiasi legame, e se ormai anche quelle poche giuste rimaste non ci vanno bene, non rimane altro che puntare su un buon rapporto con noi stessi, che è poi un legame inscindibile, nemmeno volendo. Prendiamo in considerazione l’idea di rimanere soli, perché il matrimonio non è per tutti. Figuriamoci l’amore.

Primi appuntamenti (ovvero quando è troppo presto per avanzare richieste ma troppo tardi per parlare di amicizia)

Va bene, quando ci sei dentro fino al collo non è divertente. Ma quando ne sei fuori, e osservi gli altri provare a destreggiarsi goffamente nell’indecifrabile limbo dei primi appuntamenti, non puoi fare a meno di farti qualche domanda. Cosa possiamo pretendere quando è ancora troppo presto per avanzare richieste ma anche decisamente troppo tardi per parlare di “amicizia”?

Si entra in una sorta di non luogo che favorisce il proliferare perverso dei pensieri più assurdi. Se trovarsi agli albori di una relazione è sotto un certo punto di vista bellissimo e fonte di nuova energia, il rovescio della medaglia prevede la frustrazione tipica di chi cerca un significato nascosto a tutte le cose, soprattutto a quelle più inutili e invisibili agli occhi di chiunque altro. Ci si sente come drogati: da un’immagine, da domande premature, dalla voglia di sentirsi corrisposti (e di corrispondere) a tutti i costi.

Le chiamate senza risposta sono lo stargate per mondi paralleli fatti di fantasie più che assurde. Le smorfie involontarie diventano segni inconfutabili di qualcosa che non va, e la voce stanca e giù di tono è la prova che giustifica le preoccupazioni. In un momento storico dove la parola “notifica” è più utilizzata che mai, a scandire i minuti è l’angoscia del dover controllare a tutti i costi i social, la posta, il telefono e il resto. Da quando whatsapp ti permette di vedere l’ultimo accesso all’applicazione, nemmeno si contano più i casi di esaurimento nervoso sentimentale.

Ci si rincoglionisce anche molto pesantemente, finendo a volte per confondere i destinatari dei messaggi e creando veri e proprio scompensi psicologici (generalmente unilaterali). La paranoia può arrivare alle stelle, tipo fino a dover valutare i tempi di ricrescita dei peli per poter capire se accettare o meno un appuntamento. È la voglia di sentirsi perfetti.

Generalmente gli amici più stretti diventano lo snodo fondamentale tra la necessità di un consiglio (che non si seguirà), il desiderio di avere un parere sincero (che poi si manipolerà a proprio piacimento) e il bisogno incontenibile dello sfogo. Bisognerebbe vivere gli eventi con serenità, senza fare progetti a lungo termine e senza cercare con diffidenza i problemi (non è detto ci siano sempre!). Quando una relazione è all’inizio, ci si accanisce per far funzionare indistintamente tutte le cose e per cercare stabilità e chiarezza; l’innamoramento non è poi un capitolo così facile da gestire.

Pensavo alle coppie datate, che si lasciano perché la stabilità le ha logorate. Forse il vero equilibrio è quello di chi impara a proteggere la coppia lasciando sempre un retrogusto da primo appuntamento, dove magari ci si piace, ma c’è ancora sicuramente molto da scrivere.

Sesso con-cesso

Avete presente quando dicevo che l’aspetto fisico non conta, che la bellezza è relativa e che l’apparenza dovrebbe essere l’ultima delle preoccupazioni quando si parla di relazioni?

Mentivo.

È capitato a tutti di fare del sesso grandioso con persone che non presenteremmo mai agli amici, o peggio: con le quali non ci faremmo nemmeno vedere in giro. Qui però non si parla né di amore né della capacità di riuscire ad andare oltre la fisicità. Il problema è sempre quello: il giudizio degli altri. Siamo veramente disposti a lasciare che condizioni la nostra vita (sessuale e non solo)? Siamo schiavi dell’apparire, con la bramosia di sembrare quello che non siamo: ovvero semplicemente felici. Questo faticoso lavoro ci toglie l’energia per guardare gli altri con obiettività; se riuscissimo ad andare oltre quella stessa apparenza che inseguiamo, ci renderemmo conto che la gente dissimula, e che la loro felicità è spesso il solo riflesso delle nostre insicurezze.

C’è anche un’altra strana legge che governa le relazioni, da temere in considerazione (il refuso è voluto). Se una bella donna esce con un uomo non esattamente bellissimo, gli altri non pensano che in quella donna ci sia qualcosa che non vada, ma sono portati a pensare che lui abbia qualcosa di speciale (rendendolo così più attraente di quanto non sia e facendolo salire di posizione nella classifica degli uomini papabili); potrebbe essere un amante mozzafiato travestito da sfigato, o un importante personaggio di spicco della finanza internazionale (onestamente, che ne sappiamo noi della finanza internazionale e di chi siano i suoi protagonisti?) o potrebbe essere semplicemente molto ricco. Riflettendoci meglio, la gente potrebbe anche pensare che lei sia una puttana e basta.

Si tratta di ansia sociale, di stress da comunicazione collettiva. Siamo bombardati da continue richieste di condivisione; tutti si sentono in dovere di dire quello che passa loro nella mente, di condividere fotografie inutili, e di raccontare dove si trovano e cosa stanno facendo. Ormai addirittura i pensieri sono sottoposti al giudizio della collettività. Il vero status symbol, è diventato non avere un cazzo da dire e riuscire pure a farlo bene.

Mi domando

Mi domando che senso abbia girovagare nella notte alla ricerca di risposte che non si trovano in nessun luogo. Strade semi deserte ma non abbastanza silenziose da alimentare l’idea che siano tue. Un appuntamento ormai consueto, quello con la Milano d’agosto, che diventa tutta un presuntuoso abbassarsi di saracinesche e un fuggire via da una vita che non piace (ma senza farsi troppe domande sul perché sia così).

Mi domando quale sia il senso di tante frasi lasciate a metà, di tanti baci dati ma poi dimenticati, e di quegli abbracci presi anche se più per rassegnazione che per desiderio. Mi chiedo che senso abbia cercare di essere qualcun altro, quando forse sono gli altri a non andare bene. Mi chiedo quale senso ci sia in quell’inquietudine alla quale ho regalato troppe notti, e se siano serviti i rimproveri della coscienza.

Mi domando quale sia il senso delle tante persone che hanno gravitato intorno alla mia vita; il senso di quelle per le quali ho versato preziose e immeritate lacrime, il senso di quelle che ho dimenticato, di quelle che mi hanno dimenticato, e di quelle che ho finto di dimenticare senza riuscirci mai davvero.

Tornare indietro per commettere un errore a volte è l’unico modo per andare avanti

È stato calunniato. C’era da aspettarselo. In una società dove si viene cresciuti tra costanti raccomandazioni e ridondanti istruzioni su cosa fare e cosa non fare, l’errore è diventato il nemico da combattere, la scivolata da non commettere. Sempre in buona fede, ovviamente. Ci si affida a chi -in teoria- dovrebbe saperne più di noi, accogliendo esortazioni e ammonimenti con fiducia, facendone tesoro per le nostre esperienze. In verità però le situazioni che viviamo non concedono il lusso di poter fare totale affidamento su massime maturate da qualcun altro. Il buon senso ci guida verso la soluzione migliore, o verso quella che noi crediamo essere la migliore, mentre facciamo uno slalom psicologico tra pareri, paure e azzardi forse troppo romantici.

L’errore non è un nemico, e sovente è l’unica alternativa all’apatia e alla staticità dello spirito. Le persone alla lunga si rivelano per quello che sono: sia che si tratti di grandi amici o di rinsecchite teste di minchia. Certo, si rimane delusi, ci si sente anche usati e strumentalizzati, feriti; ma senza dubbio scegliere di vedere è sempre la soluzione migliore. Le fantasie vanno bene, ma a volte è necessario che le cose accadano davvero. Io sono per la riclassificazione degli errori, perché se non ne commettessimo mai, sarebbe veramente difficile andare avanti e diventare -anche se non sempre ce ne accorgiamo- persone migliori.

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