andreadevis

Sesso con-cesso

Avete presente quando dicevo che l’aspetto fisico non conta, che la bellezza è relativa e che l’apparenza dovrebbe essere l’ultima delle preoccupazioni quando si parla di relazioni?

Mentivo.

È capitato a tutti di fare del sesso grandioso con persone che non presenteremmo mai agli amici, o peggio: con le quali non ci faremmo nemmeno vedere in giro. Qui però non si parla né di amore né della capacità di riuscire ad andare oltre la fisicità. Il problema è sempre quello: il giudizio degli altri. Siamo veramente disposti a lasciare che condizioni la nostra vita (sessuale e non solo)? Siamo schiavi dell’apparire, con la bramosia di sembrare quello che non siamo: ovvero semplicemente felici. Questo faticoso lavoro ci toglie l’energia per guardare gli altri con obiettività; se riuscissimo ad andare oltre quella stessa apparenza che inseguiamo, ci renderemmo conto che la gente dissimula, e che la loro felicità è spesso il solo riflesso delle nostre insicurezze.

C’è anche un’altra strana legge che governa le relazioni, da temere in considerazione (il refuso è voluto). Se una bella donna esce con un uomo non esattamente bellissimo, gli altri non pensano che in quella donna ci sia qualcosa che non vada, ma sono portati a pensare che lui abbia qualcosa di speciale (rendendolo così più attraente di quanto non sia e facendolo salire di posizione nella classifica degli uomini papabili); potrebbe essere un amante mozzafiato travestito da sfigato, o un importante personaggio di spicco della finanza internazionale (onestamente, che ne sappiamo noi della finanza internazionale e di chi siano i suoi protagonisti?) o potrebbe essere semplicemente molto ricco. Riflettendoci meglio, la gente potrebbe anche pensare che lei sia una puttana e basta.

Si tratta di ansia sociale, di stress da comunicazione collettiva. Siamo bombardati da continue richieste di condivisione; tutti si sentono in dovere di dire quello che passa loro nella mente, di condividere fotografie inutili, e di raccontare dove si trovano e cosa stanno facendo. Ormai addirittura i pensieri sono sottoposti al giudizio della collettività. Il vero status symbol, è diventato non avere un cazzo da dire e riuscire pure a farlo bene.

Mi domando

Mi domando che senso abbia girovagare nella notte alla ricerca di risposte che non si trovano in nessun luogo. Strade semi deserte ma non abbastanza silenziose da alimentare l’idea che siano tue. Un appuntamento ormai consueto, quello con la Milano d’agosto, che diventa tutta un presuntuoso abbassarsi di saracinesche e un fuggire via da una vita che non piace (ma senza farsi troppe domande sul perché sia così).

Mi domando quale sia il senso di tante frasi lasciate a metà, di tanti baci dati ma poi dimenticati, e di quegli abbracci presi anche se più per rassegnazione che per desiderio. Mi chiedo che senso abbia cercare di essere qualcun altro, quando forse sono gli altri a non andare bene. Mi chiedo quale senso ci sia in quell’inquietudine alla quale ho regalato troppe notti, e se siano serviti i rimproveri della coscienza.

Mi domando quale sia il senso delle tante persone che hanno gravitato intorno alla mia vita; il senso di quelle per le quali ho versato preziose e immeritate lacrime, il senso di quelle che ho dimenticato, di quelle che mi hanno dimenticato, e di quelle che ho finto di dimenticare senza riuscirci mai davvero.

Tornare indietro per commettere un errore a volte è l’unico modo per andare avanti

È stato calunniato. C’era da aspettarselo. In una società dove si viene cresciuti tra costanti raccomandazioni e ridondanti istruzioni su cosa fare e cosa non fare, l’errore è diventato il nemico da combattere, la scivolata da non commettere. Sempre in buona fede, ovviamente. Ci si affida a chi -in teoria- dovrebbe saperne più di noi, accogliendo esortazioni e ammonimenti con fiducia, facendone tesoro per le nostre esperienze. In verità però le situazioni che viviamo non concedono il lusso di poter fare totale affidamento su massime maturate da qualcun altro. Il buon senso ci guida verso la soluzione migliore, o verso quella che noi crediamo essere la migliore, mentre facciamo uno slalom psicologico tra pareri, paure e azzardi forse troppo romantici.

L’errore non è un nemico, e sovente è l’unica alternativa all’apatia e alla staticità dello spirito. Le persone alla lunga si rivelano per quello che sono: sia che si tratti di grandi amici o di rinsecchite teste di minchia. Certo, si rimane delusi, ci si sente anche usati e strumentalizzati, feriti; ma senza dubbio scegliere di vedere è sempre la soluzione migliore. Le fantasie vanno bene, ma a volte è necessario che le cose accadano davvero. Io sono per la riclassificazione degli errori, perché se non ne commettessimo mai, sarebbe veramente difficile andare avanti e diventare -anche se non sempre ce ne accorgiamo- persone migliori.

L’eleganza dell’assenza

Chi non c’è, o meglio ancora chi non esiste, ci fornisce l’alibi perfetto per l’immobilità: del cuore, del corpo e dello spirito. Non possiamo pretendere di riuscire a trovare qualcuno fin quando continueremo a considerare “l’altro” come un’ancora di salvezza, elemento indispensabile per la felicità. L’errore è la visione strumentale del rapporto: grande amor proprio (o forse, un più semplicistico narcisismo) e poco amore per l’altra parte, destinata a essere non un fine ma bensì un mezzo, necessario per condurci a quella parvenza di serenità che altrimenti non sapremmo raggiungere.

È un’ovvietà, ma è così: è più difficile stare bene con se stessi che con qualcun altro. Se non sei sereno tu, come puoi impostare un rapporto a due (o a tre, o a quattro, o più universalmente con l’intera società che ci circonda) veramente sano? Non si può scaricare sulle persone con le quali stiamo l’impegnativa responsabilità del nostro “stare bene”.

La predilezione a rapportarsi con persone irrisolte, irraggiungibili o talvolta addirittura inesistenti (che potremmo anche far rientrare nel girone delle persone sbagliate) è un chiaro esempio del desiderio di sentirsi vivi. Se sei avvezzo alla sofferenza, è rassicurante trovartici in mezzo: ne conosci le dinamiche e muoverti in quel territorio costituisce qualcosa di spaventosamente familiare. Per questo molte persone -dopo essersi liberate di una situazione complessa- riescono a lasciarsi andare solo innanzi a un’altra situazione ancora più complessa e con una prospettiva decisamente poco rosea.

Settimana scorsa una persona mi ha detto: “tu non vuoi essere felice, altrimenti smetteresti di inseguire persone così problematiche e con le quali chiaramente non c’è futuro. Vuoi essere salvato e allo stesso tempo salvare, nell’illusione che chi ti piace possa improvvisamente cambiare grazie a te”. Il desiderio di onnipotenza è abbastanza lampante, e anche la ricerca di quella sofferenza che sa far sentire vivi più di ogni effimera felicità. Ho sempre chiamato tutto questo “fottutissimo romanticismo”.

Soli sì, ma con responsabilità.

Piccolo breviario semiserio per togliersi dalla testa le persone sbagliate

“Ciao! Il mio nuovo modo per dimenticarti oggi sta funzionando alla grande! Poi domani non so, ti faccio sapere.”

Dopo aver spaccato il capello in quattro sulla questione “persone sbagliate”, ho pensato potesse essere utile provare a capire come sbarazzarsi del loro ricordo. L’estate è un periodo pessimo, perché ci si ritrova soli, in un silenzio cittadino quasi surreale, e a farci compagnia rimangono unicamente i fantasmi delle persone sbagliate, che ricordiamo di dimenticare ogni giorno; a volte riuscendoci sul serio e altre semplicemente accontentandoci di un ripostiglio per loro dietro ai pensieri. Le storie in sospeso sono parentesi a mezz’aria che condizionano le nostre giornate, anche quando sono ormai passati mesi dalla loro chiusura. Non è raro che l’interesse per qualcuno che non abbiamo veramente conosciuto (quindi facilmente idealizzabile) si trasformi in una vera e propria ossessione. Un’ossessione malsana (ammesso che esista anche un’accezione positiva) e che non lascia spazio a nessun altro, e nemmeno alla voglia di rimettersi in gioco. Come fare dunque per sgombrare la mente da queste ombre fastidiose come la sabbia nel letto?

Non voglio girarci intorno o fingere di avere la soluzione in tasca: dimenticare qualcuno che ci piace (sì, perché se ancora ci pensiamo evidentemente proprio schifo non ci fa) non è un’impresa da poco.

  1. Associazioni. Non di aiuto per disadattati (anche se…) ma piuttosto associazioni mentali, in modo da condizionare il cervello ad associare al suo volto un’immagine sgradevole (meglio se tremenda, fastidiosa e raccapricciante). Degli esempi? Serpenti nel water, grossi ragni che dal soffitto ti cadono in faccia di notte, pisello incastrato nella lampo (per chi ce l’ha), dita mozzate dall’affettatrice e così via; ci si può sbizzarrire.
  2. Dolore fisico. Su un sito che ho trovato in rete consigliano un elastico al polso. Ogni volta che la mente si va a focalizzare sulla persona sbagliata in questione, basterà darsi una bella schicchera con il nuovo improvvisato braccialetto punitivo. Pare funzioni.
  3. Condividi. Con gli amici, i conoscenti, con gli altri. Condividi quello che hai passato, parlane ed esorcizza il suo personaggio. Scrivine, altrimenti (io sono bravissimo).
  4. Relativizza. Se ci pensi bene, non sapevi come fosse davvero. Convinciti che abbia l’abitudine di non tagliarsi le unghie dei piedi fino a che non sente fastidioso e problematico infilarsi le scarpe. Persuaditi del fatto che sia una persona ignorante e con aspirazioni pari a quelle di un chihuahua da borsetta.
  5. Capitolo a parte per le persone fidanzate (capito brevissimo, a dire il vero). Le persone fidanzate sono semplicemente inutili: se tradisce il suo compagno con te, perché non dovrebbe fare lo stesso anche con te? Fine.
  6. Elimina. Foto, Souvenir, CD, cazzate… via tutto. Una bella scatola e ciao. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore (e da tutto il resto, si presume).
  7. Non aspettare. Tanto non torna. Quindi non camminare per la strada sperando in un incontro fortuito, ma anzi, cambia le tue abitudini e rinnova la routine.
  8. Non scrivere. Anche un solo messaggio innocuo può mandare a puttane il già precario tentativo di rimozione mentale. Tanto se ti risponde, si ricomincia da capo un giochetto che non porta da nessuna parte, e se non ti risponde… ti troverai ad affrontare una frustrazione semplicemente raddoppiata.
  9. Pensa a chi vorresti avere a fianco e dipingi il suo profilo. Esagera, le utopie sono concesse. Poi esci di casa e prova a vedere se in giro c’è qualcuno così. Al massimo, avrai fatto quattro passi all’aria aperta (ci sono pure i saldi).
  10. Viaggia. Non importa se verso una meta lontana o vicina, meglio se soli. Cerca di cambiare luoghi, di metterti alla prova e di provare cose -e persone- nuove.

E adesso proviamoci. Buona fortuna.

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