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Perversioni sentimentali moderne: andare a letto con gli sconosciuti (per dormire)

Parlavo proprio ieri con alcune mie amiche, confrontandomi su questa scottante tematica che pare ormai essere all’ordine del giorno. Forse siamo solamente poco romantici e assuefatti da una società dove ormai “uscire con qualcuno” significa aspettare sospettosi il momento in cui la mente di chi frequentiamo si palesa con inconfessabili richieste (per le quali abbiamo ormai smesso da tempo di sorprenderci); c’è chi si fa legare e trascinare sul pavimento come un mocio vileda, chi si fa sculacciare come una ragazzina impenitente e chi diventa novello dominatore dell’universo dalla provocante prevaricazione. Poi, c’è chi dorme -e ovviamente- non piglia pesci.

S. mi ha parlato di un uomo problematico che -nonostante sia fidanzato e non intenzionato a mutare il suo stato- le ha proposto del sesso porco e poi -in separata sede- di dormire insieme a lui, teneramente. S. lo ha liquidato dopo pochi appuntamenti in cui, confusa, non capiva bene quale fosse la perversione più… perversa.

M. mi ha parlato invece di una sua amica che, lasciatasi con il fidanzato, si è quasi immediatamente relazionata con un altro ragazzo -nonostante avesse ancora la testa evidentemente altrove- andandoci a letto subito, per dormirci intimamente simulando una vita a due -che non esiste se non nella sua testa- e che la fa sentire più tranquilla e meno sola. Fino al mattino dopo.

C. mi ha raccontato di suo cugino -inguaribile romantico dei tempi nostri- che valuta le ragazze con cui esce a seconda di quello che queste dicono e fanno a letto (dopo le porcate, non durante). Pare che in posizione orizzontale, sotto le coperte, le persone siano portate a essere più sincere e a svelare i loro desideri sentimentali.

Non so se crederci, però tutto questo mi fa pensare: se non riusciamo a essere totalmente noi stessi con i vestiti addosso, dobbiamo aspettare di essere andati a letto -a dormire- con una persona prima di poter dichiarare serenamente “mi piace”? Forse possiamo rivedere tutto, considerando la fisicità il punto di partenza e non l’arrivo. Se tutti corrono e nessuno ha più tempo per l’amore, questa potrebbe essere una soluzione? Non ne sono per niente convinto. Mi chiedo che fine farà la seduzione.

Moderno romanticismo post-nucleare o disarmante simulacro a scadenza di un rapporto a due non concesso?

Inspira, espira, ispira e aspira

Inspira sempre una buona quantità di aria di qualità e cerca di assorbire tutto quello che di buono hanno da offrire le persone accanto a te. Circondati di uomini, donne e animali capaci di sorridere di fronte alla vita, soprattutto quando le cose vanno spietatamente male e di migliorare proprio non ne vogliono sapere. Abbraccia quelli che ti piacciono, annusa loro il collo e strusciatici come fanno i gatti, cercando di inspirarne l’odore e immaginando di poter assorbire con esso un poco di quello che ti piace di loro (e che te li fa chiamare “amici”).

Espira buttando fuori tutte le tossine. Butta fuori le parole delle persone inconsapevoli delle loro fortune, e sempre pronte a ricordarti con fare beffardo che la vita è unicamente sofferenza e sopportazione. Elimina, espirando profondamente, i bacilli dei portatori sani di sfiga, perché loro -poveretti- sono ineducati alla felicità e incapaci di cambiare prospettiva.

Ispira chi ti sta vicino con il sorriso, trasmetti la tua voglia di vivere anche se non ne hai (poi ti sentirai meglio anche tu). Sii fonte di ispirazione d’amore per gli altri, semplicemente restando quello che sei. Accantona ciò che dicono i telegiornali mentre ceni (e che quindi finisce inevitabilmente nel tuo stomaco a forchettate) e pensa -estremizzando- alle cose che ti rendono orgoglioso di te. Se non trovi nulla che ti renda orgoglioso di te stesso, pensa a quello che vorresti essere e inizia a pensare di esserlo (poi a lungo andare, perseverando, potresti anche diventarlo).

Aspira sempre al massimo, per te e per le persone cui vuoi bene (anche se talvolta potrebbe voler dire soffrire o farsi da parte). Aspira a essere meglio di ieri, ma senza pensare al domani.

Predisposti geneticamente alla felicità

Questa mattina mi sono alzato con una strana idea in testa.

Quando stavo negli Stati Uniti, la mia amica Ingrid mi disse che noi biondi abbiamo una serie di meravigliose sfumature di colore nella nostra chioma, in attesa di essere semplicemente sollecitate dal balsamo giusto. Io -che non avevo tutta questa esperienza in materia- mi lasciai convincere a provare “Go Blonder” di John Frieda, e da quel giorno, senza artifici, riportai alla luce sfumature dorate degne del più biondo e californiano dei surfisti.

Che con la felicità sia pressoché uguale? Sono convinto che i geni siano insiti dentro ognuno di noi. Il problema è la predisposizione, poche volte spontanea e quasi sempre azzoppata dal desiderio di sembrare -chissà per quale oscuro motivo- degli eterni insoddisfatti. Essere lagnosi attira altre lagne, e altre rogne, che a lungo andare ti logorano.

Dove si compra il balsamo per sollecitare le sfumature della felicità?

Bisogna essere capaci di predisporsi alla stimolazione dei geni. Dimostrarsi desiderosi di felicità, accogliendo a braccia aperte la vita. Non so come si faccia, ma inizio ad averne un’idea: circondarsi di persone che ci vogliono bene è un grande inizio; persone che ci ricordino il nostro valore e che non ci permettano di buttarci giù, nemmeno quando lo facciamo per darci un inutile tono tenebroso. Evitare i giochetti e le manipolazioni delle situazioni, nell’amore e nei rapporti in generale, facendo della chiarezza la nostra bandiera. Smontare le impalcature del cervello e del cuore. Costruire rigidi schemi per poi non vedere l’ora di uscirne spietatamente.

Frizionare dopo lo shampoo, sui capelli umidi, una piccola quantità di balsamo, lasciando agire per qualche minuto e ripetendo l’operazione se necessario. Risciacquare abbondantemente. Evitare il contatto con gli occhi ma non con il resto. Asciugare a testa in giù con l’aria calda del phon per ottenere un maggior volume. Riportarsi a testa alta e uscire predisposti geneticamente alla felicità.

Non ci si innamora più, a Milano

Sembra che ormai a Milano nessuno voglia più innamorarsi. È come una sorta di dilagante nevrosi collettiva, che mi ha portato a pensare all’innamoramento come a uno di quegli sgradevoli compiti che si preferisce lasciare agli immigrati stranieri: raccogliere i sacchi dell’immondizia, saldare pesanti tubi nelle fabbriche, spalare la merda dalle strade e via dicendo. Sì, l’amore lo si trova nello stesso reparto della merda, a Milano.

Cerco l’amore intorno a me e lo trovo sono in coppie di signori anziani che sul tram si tengono ancora per mano: è gente appartenuta a una Milano che non c’è più. Oggi il bistrattato sentimento resta invece in mano a giovani filippine, che su quegli stessi tram vivono l’emozione di un messaggio scritto in gran velocità su telefoni affollati da ciondolini colorati.

Tra le stradine di Brera gli artisti filosofeggiano non offrendo altro che indecisione, nei bar del centro giovani professionisti pranzano senza accorgersi delle persone sedute ai tavoli vicini, e nei pochi ritagli di verde tra via Larga e piazza Santo Stefano -chi ancora si ricorda dell’amore- pensa a mettere in scena la prevedibilità dalla quale noi altri fuggiamo. In via Victor Hugo guardo per terra alla ricerca di un’epoca riesumata solo per le cartoline in bianco e nero vendute nei chioschi di Souvenir. Cerco oltre l’appiccicosa gomma nera regolarmente colata nelle fughe delle mattonelle del pavé, ma gli strati sono ormai troppi e il terreno fertile pare inghiottito dal tempo.

Mentre passeggiavo tra via della Spiga e via San’t Andrea, perso nel ricordo di quel paio di Dior taglia 27 che calzavano a pennello sulle mie gambe ma un po’ meno sulla mia carta di credito, mi sono accorto dell’imperante maleducazione della gente. A cosa serve comprare un costoso paio di Church’s blu quando non puoi camminare per strada senza che nessuno ti schiacci i piedi? Le persone non sanno guardarsi i piedi e non sanno guardare quelli degli altri. Mi stupisce che le persone non vogliano amare, ma vedere le persone riluttanti all’idea di lasciarsi amare, mi scandalizza.

Odio i mariti che si lamentano delle mogli alimentando il giocoso ma raccapricciante stereotipo italiano. Odio chi si alza lamentoso il lunedì perché andrà a fare qualcosa che per sua scelta non ama. Odio chi vive passivamente in attesa di qualcosa (week-end, vacanze, fine del mondo, etc.). Odio chi è sempre pronto a ricordarti che la vita è dolore, sopportazione, fatica e basta. Odio chi crede che la propria esperienza sia la norma.

Amare è a volte anche questo, nell’amara, amorevole, Milano.

Sono stanco di aspettare che accadano le cose che accadono quando meno te le aspetti

Sono stanco di aspettare che accadano le cose che accadono quando meno te le aspetti.

Sono stanco di aspettare che Saturno esca dalla Vergine.

Sono stanco di aspettare che la ruota giri.

Sono stanco di aspettare l’ispirazione.

Sono stanco di aspettare il momento giusto.

Sono stanco di aspettare quando sono tutti perennemente in ritardo.

Sono stanco di aspettare che passi la paura che ho di te.

Sono stanco di aspettare che qualcuno mi dia la tonalità.

Sono stanco di aspettare un incoraggiamento.

Sono stanco di aspettare che arrivino le cose che non arrivano quando le cerchi.

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