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Piccolo breviario semiserio per togliersi dalla testa le persone sbagliate

“Ciao! Il mio nuovo modo per dimenticarti oggi sta funzionando alla grande! Poi domani non so, ti faccio sapere.”

Dopo aver spaccato il capello in quattro sulla questione “persone sbagliate”, ho pensato potesse essere utile provare a capire come sbarazzarsi del loro ricordo. L’estate è un periodo pessimo, perché ci si ritrova soli, in un silenzio cittadino quasi surreale, e a farci compagnia rimangono unicamente i fantasmi delle persone sbagliate, che ricordiamo di dimenticare ogni giorno; a volte riuscendoci sul serio e altre semplicemente accontentandoci di un ripostiglio per loro dietro ai pensieri. Le storie in sospeso sono parentesi a mezz’aria che condizionano le nostre giornate, anche quando sono ormai passati mesi dalla loro chiusura. Non è raro che l’interesse per qualcuno che non abbiamo veramente conosciuto (quindi facilmente idealizzabile) si trasformi in una vera e propria ossessione. Un’ossessione malsana (ammesso che esista anche un’accezione positiva) e che non lascia spazio a nessun altro, e nemmeno alla voglia di rimettersi in gioco. Come fare dunque per sgombrare la mente da queste ombre fastidiose come la sabbia nel letto?

Non voglio girarci intorno o fingere di avere la soluzione in tasca: dimenticare qualcuno che ci piace (sì, perché se ancora ci pensiamo evidentemente proprio schifo non ci fa) non è un’impresa da poco.

  1. Associazioni. Non di aiuto per disadattati (anche se…) ma piuttosto associazioni mentali, in modo da condizionare il cervello ad associare al suo volto un’immagine sgradevole (meglio se tremenda, fastidiosa e raccapricciante). Degli esempi? Serpenti nel water, grossi ragni che dal soffitto ti cadono in faccia di notte, pisello incastrato nella lampo (per chi ce l’ha), dita mozzate dall’affettatrice e così via; ci si può sbizzarrire.
  2. Dolore fisico. Su un sito che ho trovato in rete consigliano un elastico al polso. Ogni volta che la mente si va a focalizzare sulla persona sbagliata in questione, basterà darsi una bella schicchera con il nuovo improvvisato braccialetto punitivo. Pare funzioni.
  3. Condividi. Con gli amici, i conoscenti, con gli altri. Condividi quello che hai passato, parlane ed esorcizza il suo personaggio. Scrivine, altrimenti (io sono bravissimo).
  4. Relativizza. Se ci pensi bene, non sapevi come fosse davvero. Convinciti che abbia l’abitudine di non tagliarsi le unghie dei piedi fino a che non sente fastidioso e problematico infilarsi le scarpe. Persuaditi del fatto che sia una persona ignorante e con aspirazioni pari a quelle di un chihuahua da borsetta.
  5. Capitolo a parte per le persone fidanzate (capito brevissimo, a dire il vero). Le persone fidanzate sono semplicemente inutili: se tradisce il suo compagno con te, perché non dovrebbe fare lo stesso anche con te? Fine.
  6. Elimina. Foto, Souvenir, CD, cazzate… via tutto. Una bella scatola e ciao. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore (e da tutto il resto, si presume).
  7. Non aspettare. Tanto non torna. Quindi non camminare per la strada sperando in un incontro fortuito, ma anzi, cambia le tue abitudini e rinnova la routine.
  8. Non scrivere. Anche un solo messaggio innocuo può mandare a puttane il già precario tentativo di rimozione mentale. Tanto se ti risponde, si ricomincia da capo un giochetto che non porta da nessuna parte, e se non ti risponde… ti troverai ad affrontare una frustrazione semplicemente raddoppiata.
  9. Pensa a chi vorresti avere a fianco e dipingi il suo profilo. Esagera, le utopie sono concesse. Poi esci di casa e prova a vedere se in giro c’è qualcuno così. Al massimo, avrai fatto quattro passi all’aria aperta (ci sono pure i saldi).
  10. Viaggia. Non importa se verso una meta lontana o vicina, meglio se soli. Cerca di cambiare luoghi, di metterti alla prova e di provare cose -e persone- nuove.

E adesso proviamoci. Buona fortuna.

Ho incontrato Tiziano Ferro e sono diventato infelice

A Milano, la zona di Porta Romana non l’ho mai vissuta un granché, ma mi piace, più o meno da sempre. Stasera sono uscito per prendere una boccata d’aria, e perché restare chiuso in casa a deprimermi non si sembrava una grande idea. Sono una persona solitaria, o forse semplicemente sola. Se rimango troppo in compagnia del silenzio e dei pensieri, rischio la pazzia. Un po’ di pazzia credo sia ormai irreversibilmente insita in me, e quindi ho deciso di accettare un invito a cena un po’ improvvisato ma tutto sommato più divertente delle mie paranoie.

Ho dato un’occhiata al menu, lunghissimo. Con la coda dell’occhio ho visto anche l’ex barman del Finger’s (che tra l’altro sta proprio lì dietro): chissà se fa ancora quel cocktail a base di sake e maracuja. Ho ordinato troppa roba. Ho pensato che un po’ di vino sarebbe stato necessario, ma se chi ho davanti non ne beve, lascio perdere. Mi rendo conto che i pensieri mi hanno seguito. Bastardi. Si parla di relazioni, persone, tradimenti… le mie opinioni sono ormai autocitazioni che includono sempre “le persone sbagliate” e cose del genere. Sono diventato quasi noioso per me stesso, ma se uno non mi conosce, posso risultare anche interessante -a volte forse addirittura intelligente- ma è tutta una farsa.

Ho camminato fino all’uscita convinto che appesantiti dal cibo i miei pensieri non sarebbero tornati a galla per un po’.

Più o meno vicino alla porta, l’ho visto seduto al tavolo che mangiava. Sorridente, carino, a suo agio, in mezzo ad almeno altre cinque o sei persone. Sembravano amici o qualcosa del genere, è difficile dirlo. Sembrava comunque sereno. Tiziano Ferro stasera mi ha riportato alla realtà. Mi ha reso infelice perché già prima non è che fossi l’emblema della gioia. In un certo senso ha fatto riaffiorare i pensieri, mi ha fatto digerire. Abbiamo più o meno la stessa età (cazzate: io sono decisamente più giovane), scriviamo e cantiamo, conosciamo la malinconia. Lui pare però più sereno e certamente ha più successo; io mi domando che ci faccia lì in mezzo a gente che neanche conosco e soprattutto mi chiedo come mai è da così tanto che non produco qualcosa che mi renda fiero di me, senza riserve.

Godetevi la vostra felicità, ho pensato. Così me ne sono uscito, lasciandomi inghiottire dal venerdì sera di una Milano inaspettatamente quasi silenziosa.

Tra l’orgoglio e la paura (storie in sospeso)

Terre di confine, non-luoghi sospesi tra passato e futuro, e certamente non appartenenti al presente. Senza né un inizio né una fine. Silenziose messaggere del nulla che non hanno nome e non hanno meta. Tutt’altro che inutili, senza dubbio non indispensabili. Le storie in sospeso, hanno la capacità di bloccarci tra le proiezioni di un futuro utopico e un passato troppo facilmente manipolabile.

Siamo concentrati sulle grandi storie d’amore finite male, sugli epiloghi infelici e sui capitoli disastrosamente chiusi e archiviati; ma tra le pieghe del sentire, e tra le piaghe del pensiero -le storie in sospeso- condizionano e influenzano la vita reale attraverso il loro semplice non esistere. È un concetto importante, perché origina da una mancanza (l’astratto) e si riflette sulla vita (il concreto).

La grande e conclamata relazione chiusa bruscamente o il matrimonio esauritosi teatralmente, rubano facilmente la scena a storielle apparentemente di poco conto; eppure c’è una piccola quantità di incontri che risulta difficile togliersi dalla testa. Rappresenta la speranza tradita, la semplicità e l’aspirazione a una quotidianità migliore; perché -per quanto la si provi a nascondere dietro al pessimismo e all’inquietudine- una parte di noi sopravvive all’idea che prima o poi le cose possano cambiare in meglio.

Cosa ci impedisce di riprendere una storia in sospeso?

Le storie in sospeso ci spaccano in due, lasciandoci tra l’orgoglio e la paura. L’orgoglio è il vanto dei razionali, e di tutti quelli che hanno la lungimiranza di lasciar perdere un amore impossibile. La paura è l’altra faccia: è meglio cristallizzare (e idealizzare) una parentesi, o insistere, provando a recuperare un rapporto con il rischio di una porta chiusa? L’eventuale frustrazione, ci farebbe sprofondare ancora di più nella malinconia o sarebbe quello schiaffo indispensabile per ripartire? Sto cercando la risposta da mesi, confidando in qualche inequivocabile segno del destino (o di qualcun altro).

Se non hanno mai preso vita, non possono dunque morire. Le storie in sospeso non fanno rumore, e sono immortali.

Contorni Conforti Confronti Contorti

Ho come l’impressione che se interrompi una relazione di lunga data sul confine con i tuoi trent’anni, non fai altro che cacciarti in un mare di guai. Si finisce in una sorta di oblio: sospesi tra il desiderio di un nuovo confronto e la pretesa -legittima- di avere al proprio fianco qualcuno che riesca a capire il prezioso valore di cui è intrinseca la (sana) solitudine che profuma di indipendenza. Ti guardi intorno e vedi coetanei che si sposano, fanno figli, vanno a convivere, progettano cose. Resti a osservare il (naturale?) progredire delle cose, domandandoti con un po’ di affanno che fine farai. Si vagliano le alternative, perché forse c’è un’età per ogni passo. Il problema è quando arrivi a un certo traguardo numerico, accorgendoti di essere troppo grande per certe cose ma ancora troppo indietro per altre. Eccolo, l’oblio di cui parlo. Si comincia a imbrogliare sull’età quando ci si rende conto di non essere dove si era programmato di essere. Non raccontiamoci che i tempi sono cambiati, perché non serve a niente, se non cambiamo noi per primi.

È anche vero che trent’anni non sono settanta, e interrompere una relazione di lunga data che non ci fa stare bene è sempre una scelta rispettabile. Trent’anni -o poco prima- perché quando hai vent’anni -o poco più- non lo capisci. Le cose che non vanno non si sistemano, le persone non si trasformano e il lavoro che dobbiamo fare su noi stessi è necessariamente faticoso e urgentemente improrogabile. Si passa per la sofferenza e a volte ci si lascia divorare dai pensieri, quasi invidiando la superficialità di quelli che non ne hanno affatto.

Non è una grande prospettiva, infatti un sacco di codardi non interrompe proprio niente, fingendo di non vedere la nave che affonda. Eppure dovremmo esigere di più da noi stessi: dovremmo custodire tra le braccia ciò che è veramente inestimabile, dovremmo pretendere un bacio sulle palpebre ogni notte ed esigere baci che le labbra sono solo il preludio, ogni giorno.

Vorrei mettermi con te ma non ti amo

Hai tutto quello che mi piace, sulla carta rasenti la perfezione. È strano, perché quando stiamo insieme sto bene, ma stare semplicemente bene non è mai sufficiente. Il modo in cui parli, le cose che dici… sembra tutto così comprimario al mio modo di vedere le relazioni. Le bottiglie di vino bianco ghiacciato che hai aperto per me nemmeno più si contano. Per me hai anche cucinato, ora che ci penso. Sei ancora lì, che aspetti una risposta per sapere quando usciremo di nuovo. Ormai ci conosciamo da un po’, e ho sempre commesso l’errore di pensare che non ti interessasse molto uscire dalla stanza. La stanza: ci ho anche scritto una canzone. È il paradiso degli amanti e l’inferno degli innamorati.

Per qualche attimo -con le tue lusinghe- hai quasi messo a tacere le mie incertezze, facendomi sentire bello. Hai una vita stabile e valori anacronisticamente validi, soprattutto in un’epoca dove sembra che le persone abbiano smesso di pensare: dimenticando l’importanza del desiderio e abbracciando una poco sana bramosia.

Che sia io -algido e analitico- a precludere ogni possibilità? Inizio a pensare di non essere poi così distaccato dalla realtà, e di avere esigenze tutto sommato legittime. Tra le altre cose, l’ultima sbandata l’ho presa proprio per qualcuno che mi piace pur essendo distante dal mio ideale: età, psiche, estrazione sociale, vissuto… ho pensato che uscendo dagli schemi, le cose potessero essere diverse. Infatti lo sono state. Sono state peggio.

Ancora ci penso. Ma l’amore è tutt’altro. Anche tu mi piaci, ma manca qualcosa. Quel qualcosa che deve scattare subito o quasi subito, altrimenti niente. Poi -a quel “qualcosa”- si può decidere se dare ascolto o no, però io non me la sento di rinunciare al meraviglioso casino nel quale i sentimenti ci fanno cadere. Ho trent’anni e voglio vivere, soffrire e poi amare. Quindi pur essendo tutto così bello, resto fedele all’autenticità del cuore.

Per tanta gente il sentimento non è indispensabile, ma io non me la sento di lasciar perdere. Vorrei mettermi con te, ma non ti amo.

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