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Tra l’orgoglio e la paura (storie in sospeso)

Terre di confine, non-luoghi sospesi tra passato e futuro, e certamente non appartenenti al presente. Senza né un inizio né una fine. Silenziose messaggere del nulla che non hanno nome e non hanno meta. Tutt’altro che inutili, senza dubbio non indispensabili. Le storie in sospeso, hanno la capacità di bloccarci tra le proiezioni di un futuro utopico e un passato troppo facilmente manipolabile.

Siamo concentrati sulle grandi storie d’amore finite male, sugli epiloghi infelici e sui capitoli disastrosamente chiusi e archiviati; ma tra le pieghe del sentire, e tra le piaghe del pensiero -le storie in sospeso- condizionano e influenzano la vita reale attraverso il loro semplice non esistere. È un concetto importante, perché origina da una mancanza (l’astratto) e si riflette sulla vita (il concreto).

La grande e conclamata relazione chiusa bruscamente o il matrimonio esauritosi teatralmente, rubano facilmente la scena a storielle apparentemente di poco conto; eppure c’è una piccola quantità di incontri che risulta difficile togliersi dalla testa. Rappresenta la speranza tradita, la semplicità e l’aspirazione a una quotidianità migliore; perché -per quanto la si provi a nascondere dietro al pessimismo e all’inquietudine- una parte di noi sopravvive all’idea che prima o poi le cose possano cambiare in meglio.

Cosa ci impedisce di riprendere una storia in sospeso?

Le storie in sospeso ci spaccano in due, lasciandoci tra l’orgoglio e la paura. L’orgoglio è il vanto dei razionali, e di tutti quelli che hanno la lungimiranza di lasciar perdere un amore impossibile. La paura è l’altra faccia: è meglio cristallizzare (e idealizzare) una parentesi, o insistere, provando a recuperare un rapporto con il rischio di una porta chiusa? L’eventuale frustrazione, ci farebbe sprofondare ancora di più nella malinconia o sarebbe quello schiaffo indispensabile per ripartire? Sto cercando la risposta da mesi, confidando in qualche inequivocabile segno del destino (o di qualcun altro).

Se non hanno mai preso vita, non possono dunque morire. Le storie in sospeso non fanno rumore, e sono immortali.

Contorni Conforti Confronti Contorti

Ho come l’impressione che se interrompi una relazione di lunga data sul confine con i tuoi trent’anni, non fai altro che cacciarti in un mare di guai. Si finisce in una sorta di oblio: sospesi tra il desiderio di un nuovo confronto e la pretesa -legittima- di avere al proprio fianco qualcuno che riesca a capire il prezioso valore di cui è intrinseca la (sana) solitudine che profuma di indipendenza. Ti guardi intorno e vedi coetanei che si sposano, fanno figli, vanno a convivere, progettano cose. Resti a osservare il (naturale?) progredire delle cose, domandandoti con un po’ di affanno che fine farai. Si vagliano le alternative, perché forse c’è un’età per ogni passo. Il problema è quando arrivi a un certo traguardo numerico, accorgendoti di essere troppo grande per certe cose ma ancora troppo indietro per altre. Eccolo, l’oblio di cui parlo. Si comincia a imbrogliare sull’età quando ci si rende conto di non essere dove si era programmato di essere. Non raccontiamoci che i tempi sono cambiati, perché non serve a niente, se non cambiamo noi per primi.

È anche vero che trent’anni non sono settanta, e interrompere una relazione di lunga data che non ci fa stare bene è sempre una scelta rispettabile. Trent’anni -o poco prima- perché quando hai vent’anni -o poco più- non lo capisci. Le cose che non vanno non si sistemano, le persone non si trasformano e il lavoro che dobbiamo fare su noi stessi è necessariamente faticoso e urgentemente improrogabile. Si passa per la sofferenza e a volte ci si lascia divorare dai pensieri, quasi invidiando la superficialità di quelli che non ne hanno affatto.

Non è una grande prospettiva, infatti un sacco di codardi non interrompe proprio niente, fingendo di non vedere la nave che affonda. Eppure dovremmo esigere di più da noi stessi: dovremmo custodire tra le braccia ciò che è veramente inestimabile, dovremmo pretendere un bacio sulle palpebre ogni notte ed esigere baci che le labbra sono solo il preludio, ogni giorno.

Vorrei mettermi con te ma non ti amo

Hai tutto quello che mi piace, sulla carta rasenti la perfezione. È strano, perché quando stiamo insieme sto bene, ma stare semplicemente bene non è mai sufficiente. Il modo in cui parli, le cose che dici… sembra tutto così comprimario al mio modo di vedere le relazioni. Le bottiglie di vino bianco ghiacciato che hai aperto per me nemmeno più si contano. Per me hai anche cucinato, ora che ci penso. Sei ancora lì, che aspetti una risposta per sapere quando usciremo di nuovo. Ormai ci conosciamo da un po’, e ho sempre commesso l’errore di pensare che non ti interessasse molto uscire dalla stanza. La stanza: ci ho anche scritto una canzone. È il paradiso degli amanti e l’inferno degli innamorati.

Per qualche attimo -con le tue lusinghe- hai quasi messo a tacere le mie incertezze, facendomi sentire bello. Hai una vita stabile e valori anacronisticamente validi, soprattutto in un’epoca dove sembra che le persone abbiano smesso di pensare: dimenticando l’importanza del desiderio e abbracciando una poco sana bramosia.

Che sia io -algido e analitico- a precludere ogni possibilità? Inizio a pensare di non essere poi così distaccato dalla realtà, e di avere esigenze tutto sommato legittime. Tra le altre cose, l’ultima sbandata l’ho presa proprio per qualcuno che mi piace pur essendo distante dal mio ideale: età, psiche, estrazione sociale, vissuto… ho pensato che uscendo dagli schemi, le cose potessero essere diverse. Infatti lo sono state. Sono state peggio.

Ancora ci penso. Ma l’amore è tutt’altro. Anche tu mi piaci, ma manca qualcosa. Quel qualcosa che deve scattare subito o quasi subito, altrimenti niente. Poi -a quel “qualcosa”- si può decidere se dare ascolto o no, però io non me la sento di rinunciare al meraviglioso casino nel quale i sentimenti ci fanno cadere. Ho trent’anni e voglio vivere, soffrire e poi amare. Quindi pur essendo tutto così bello, resto fedele all’autenticità del cuore.

Per tanta gente il sentimento non è indispensabile, ma io non me la sento di lasciar perdere. Vorrei mettermi con te, ma non ti amo.

Il dittongo d’amore

C’è una grammatica particolare, quando si parla d’amore. Una grammatica fatta di regole, eccezioni e punteggiatura.

Pensare ad amare, ad esempio, è sbagliato. Non bisogna pensare ad amare qualcuno. Ragionare su come declinare un sentimento è un errore. Si ama e basta, senza pensieri e senza dubbi sul come fare o sul quando fare.

Ci sono parole che non si possono dunque accostare: “amore” non può essere né preceduto né seguito dalla parola “compromesso”. Grammaticalmente non ha senso, e per di più fa cagare pure a livello fonetico. Ci sono poi errori molto comuni, che tutti commettono, purtroppo quasi accettati nel parlato volgare (ma la volgarità non è mai cosa buona). L’errore più comune è quello di scambiare i “ti amo” con i “vaffanculo”: pericolosissimo, e non così insolito.

Problematici i tempi verbali. “Amare” non è coniugabile al futuro. Se non ami adesso, subito, o quasi subito, difficilmente amerai dopo un anno. Per quanto riguarda l’analisi logica, so che alcuni studiosi ci stanno lavorando, ma senza grandi risultati: pare che in amore non ci sia logica.

“Amore” è nome non comune di persona; non è né maschile né femminile, ma detto ciò non si può nemmeno affermare che non abbia sesso (anzi, ne ha tantissimo in molte sue espressioni). A volte è in terza persona singolare, altre in seconda persona plurale, ma pur non mutando così drasticamente nella forma, ci sono declinazioni più scorrevoli e altre -non meno nobili- decisamente più desuete.

Gli “amori” non fanno mai rima con i “cuori”; solitamente formano invece rima baciata con “teste” (in molti casi seguite dalla specifica “di minchia”).

Parliamo della punteggiatura. Per chiudere un periodo serve necessariamente il punto a capo (e tanta determinazione). I punti esclamativi si usano pochissimo, ma in compenso i punti di domanda si moltiplicano a vista d’occhio. Le virgolette è meglio non usarle: creano solo ambiguità e altri punti di domanda. La virgola è una pausa; il punto e virgola è una pausa più lunga, che non lascia presagire mai niente di buono. I due punti sono utilissimi: servono per fare una specifica o per chiarire qualcosa, ma ovviamente sono usati pochissimo. I romantici trattini servono per gli incisi: sono cornici che proteggono qualcosa di speciale -ad esempio una frase bisbigliata piano- ma vengono usati poco, forse per mancanza di incisività da parte delle persone.

Sulle parentesi ho già scritto un intero articolo {non era affatto male [lo potete trovare seguendo questo collegamento (e attenzione alla musica, a volte rimane definitivamente imprigionata nelle parentesi)] anche se forse sono troppo di parte per giudicare con lucidità quello che scrivo quando sono coinvolto}, la cosa più importante da sapere è però una: non dimenticarsi mai che per quanto una parentesi possa essere bella, la vita è fuori. Solo noi decidiamo [quando ne abbiamo le palle (e anche su questo ho già scritto)] se essere onesti o meno (innanzitutto con noi stessi, poi, semmai, con gli altri).

Per quanto riguarda i contenuti -termine già di suo fin troppo ambizioso- posso portare l’esempio del fiabesco “e vissero tutti felici e contenti”, che come qualcuno ha fatto notare qualche giorno fa su twitter, nasconde una grande verità nella semplice omissione della parola “insieme”, lasciando velatamente aperta la possibilità che la storia si sia evoluta bene, ma senza il classico finale con la coppia felice.

Certo, creare un dittongo in amore è difficile, e solitamente a riuscirci sono proprio quelli che conoscono benissimo tutte le regole, ma che scelgono insieme di non seguirne nemmeno una.

Persone che non si lasciano conoscere perché sono le prime a non voler conoscere sé stesse

Tra certe persone c’è un’attrazione sessuale tale da non permettere nessun tipo di amicizia, nemmeno dopo la presa di coscienza di una storia che non può sopravvivere.

A volte è come se avessi la consapevolezza del futuro che mi aspetta. Sì, perché quando passa troppo tempo dall’ultima (a volte anche unica) relazione d’amore, o semplicemente dall’ultima cotta per l’ennesima persona sbagliata, inizi a immaginare uno scenario diverso. Mi domando se non sia il caso di continuare a vivermela da solo questa vita, senza pretese e senza l’idealistico miraggio di un domani nel quale sarò parte di un nucleo e avrò una famiglia. Forse la mia famiglia sono io: tra i piccoli problemi che crescono senza diventare indipendenti e la fedele compagna di sempre, la malinconia.

Negli ultimi tempi mi sono sentito veramente preso in giro dalla vita. Che senso dell’umorismo bastardo. Certo, c’è molto di peggio, ma sapere che almeno tre persone mi vorrebbero al loro fianco (non in gruppo, ma singolarmente, ça va sans dire) mi ha fatto riflettere. Brava gente, persone con la testa sulle spalle, persone giuste. Si ritorna sempre a parlare delle persone giuste, che però non hanno il fascino di quelle sbagliate.

Vorrei capire come fare per togliermi dalla testa le persone sbagliate. Ce ne sono almeno altre tre per le quali mi sono preso una cotta (sempre non simultaneamente, e sempre sparpagliate in un intervallo di tempo piuttosto ampio) che per una ragione o per l’altra si sono dissolte nel vuoto. Vuoto che riesco a colmare poi molto bene, con l’intramontabile classico come sarebbe stato se, e qualche altra variazione sul tema pressoché inutile.
Che poi se una persona la riesci a conoscere veramente bene, magari neanche ti piace più; ma è un privilegio che concedono in pochi. Siamo i primi a non voler conoscere noi stessi, per quale motivo dovremmo dunque lasciarci conoscere dagli altri?
La verità è banale: siamo condizionati dalla sofferenza -passata, proiettata o preventiva- ed è per questo che troppo spesso lasciamo che a guidarci sia la solita fottutissima paura.

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